Il Mistero<br> del Talento<br><small> by Barbara Bianchi</small>


Da assidui frequentatori dello spettacolo italiano, teatro ma anche cinema e Televisione, ci troviamo troppo frequentemente a fare riflessioni sul Talento. Ci hanno sempre detto che “il Talento paga”, prima o poi, ma ripetutamente abbiamo potuto constatare con amarezza il contrario. E ogni tanto ci va di sottolinearlo. Che una carriera, nel mondo dello Spettacolo (ma non solo!) sia disseminata di “aiutini” lo sappiamo: il metro di valutazione è stato deformato, e non è quasi mai il Talento, che impone un’onestà intellettuale e una sensibilità artistica troppo impegnative. Meglio ricorrere a “talenti” alternativi, molto più redditizi e veloci.  E’ così e lo sarà per sempre, che ci piaccia o no. In tutti i settori. Per uomini e donne. Finché il Talento non diventerà la sola coordinata variabile che fa di una persona il suo essere “talentuosa” o meno. Questa viscerale riflessione, ci riporta al perchè di questo articolo, nato dopo la visione di uno spettacolo teatrale: la Fedra di Seneca, visto al Teatro Sala Uno di Roma, per la regia di Mariano Anagni. Perché in questo spettacolo c’è un attore che seguiamo da anni, e ogni volta abbiamo avuto la percezione che fosse in procinto di fare il “salto” e ottenere quello spazio che merita e quella visibilità che “fa” una carriera:  è Patrizio Cigliano. Ma prima di scrivere di lui, è giusto dire che questa Fedra è un bellissimo spettacolo di respiro magniloquente, da grande Teatro, forte di un testo di una modernità assoluta e che disorienta, se si pensa che è stato scritto da Seneca, morto 65 anni dopo la nascita di Cristo. La tragedia, togliendo tutti i complicati riferimenti mitologici, parla della decadenza del potere, della caduta dei valori, della lussuria che caratterizza i potenti, della forza della passione, dell’Amore. Temi spaventosamente attuali. La trama: Fedra è sposata con il Re Ateniese Teseo, semi-eroe controverso e ambiguo che l’ha abbandonata per uno di quei viaggi iniziatici che caratterizzano tutta la letteratura mitologica. Durante la sua assenza, la protagonista si innamora perdutamente di Ippolito, figlio di primo letto di Teseo. Prova a sedurlo, ma Ippolito, che ha scelto una vita ritirata nella natura e fuori dalle storture dell’ipocrita civiltà – comprese le trappole dell’Amore - la respinge indignato. Nel maldestro tentativo di non assumersi la responsabilità del mancato amplesso, Fedra dice a Teseo, appena tornato ad Atene, di aver subìto violenza da Ippolito. Teseo si infuria e maledice il figlio che viene orrendamente ucciso da un mostro marino generato da Nettuno, suo Dio/Padre. Fedra non sopporta il senso di colpa, confessa la menzogna a Teseo e si uccide, lasciando il Re in una devastante solitudine, divorato dal dolore per la morte del figlio, da lui invocata al Dio del Mare. Passione, onore, politica, lussuria si intrecciano raccontando un Mondo antico, che poi così antico non è. E il monologo della nutrice che mette in guardia Fedra sull’onnipotenza di cui si sentono investiti i palazzi di potere, ci suona tristemente familiare. E ha più di 2000 anni! La Regia di Mariano Anagni è classica e rigorosa e ambienta la scena in una specie di ex reggia, fatta di mobilia disordinata, vecchia e decadente, molto efficacemente illuminata nella splendida location del Teatro Sala Uno, lasciato giustamente spoglio. La Compagnia di questa Fedra è di primissimo livello: Marina Biondi  è una Fedra vibrante e instabile, combattuta tra la passione e la morale, con una padronanza attoriale esemplare e toccante. Il giovanissimo Gabriele Anagni è un Ippolito risoluto e convincente, con qualche acerbità tecnica che però bilancia con una forte prestazione fisica. Molto coinvolgente è Marina Zanchi, una dolente Nutrice seriamente preoccupata per il tragico susseguirsi degli eventi. Lavinia Cipriani è il commovente messaggero che racconta a Teseo l’orribile fine del figlio, in un monologo talmente evocativo da sembrare un film. Il coro, che dispensa il senso morale dello spettacolo e del testo con le battute di maggiore modernità, è affidato a Cristina Pelliccia e Erika Puddu (quest’ultima è l’unico anello un po’ debole, ed è un peccato, perché la sua performance non è all’altezza di un ensamble di così alta fattura). E poi c’è Patrizio Cigliano, che fa un Teseo strepitoso, appoggiato ad una tecnica che padroneggia con consapevolezza e disinvoltura, aggiungendovi quei toni di palpabile dolore che raccontano la devastazione di un Padre che assassina – e per di più per un inganno! – suo figlio. La sua interpretazione è esemplare: tragica ma moderna. Fisicamente vigorosa eppure intima. Vocalmente ineccepibile, piena di sfumature e sottotesti che non ci fanno distogliere gli occhi da lui anche quando non parla. C’è la grandezza del Teatro classico, ma anche la confidenza del cinema. Non c’è quella retorica di toni che certe parole ricercate potrebbero generare, c’è la comunicazione di un pensiero, di un sentimento. C’è un attore che “parla” con il pubblico, e pur dicendo cose “pesanti”, lo fa con una leggerezza che le fa passare in platea con grande semplicità. C’è un attore di non consueto Talento, insomma. Un attore che dovrebbe avere una carriera molto più riconoscibile. Una carriera che a nostro avviso dovremmo vedere anche al cinema. Un attore che ogni volta che leggiamo su una locandina abbiamo fiducia di andare a vedere, perché ogni volta ha saputo sorprenderci e convincerci (il romanissimo Mandrake del recente musical Febbre di Cavallo del Sistina ce lo ha fatto vedere comicissimo e canterino come non potevamo immaginare). Sì: un attore di raro Talento, troppo poco utilizzato, per il suo valore, e che per questo alimenta in noi il sempre più grande Mistero del Talento in Italia.


Fedra, di Seneca
Regia di Mariano Anagni
con
Marina Biondi     Fedra
Patrizio Cigliano     Teseo
Marina Zanchi     Nutrice
Gabriele Anagni     Ippolito
Lavinia Cipriani     Il Messaggero
Erika Puddu     Corifea 1
Cristina Pelliccia     Corifea 2
Scene e costumi Maria Spataro
Luci Giovanna Venzi


Al Teatro Sala Uno di Roma (S. Giovanni) fino al 29 ottobre 2017. Da non perdere.
Intervista a Salvatore De Siena, Parto delle Nuvole Pesanti <br><small> by Margot Frank</small>



C’è un paese in Calabria, sulla costa jonica, in provincia di Crotone, che propone per il prossimo 6 agosto la seconda edizione di un festival molto interessante, il Suoni di Strada Strongoli festival.
Il paese è, appunto, Strongoli e l’evento si svolgerà nella sua parte marina, quella che si è sviluppata lungo la costa. A  partire dalle ore 09.00 fino all’alba del giorno dopo, sulla lunga “spiaggia dei brillantini” e per  le strade della cittadina ionica, l’antica Petelia fondata dal mitico Filottete, amico di Ulisse, si potrà assistere  a concerti, performance improvvisate, danze, pitture estemporanee, graffiti, e gustare anche piatti tradizionali strongolesi accompagnati da ottimo vino locale.

Ecco cosa ci dicono in proposito il direttore artistico Salvatore De Siena (anche leader del Parto delle Nuvole Pesanti), e la sua responsabile Organizzativa Stefania Leotta.

Salvatore De Siena
Musicista, fondatore e leader del Parto delle Nuvole Pesanti, direttore artistico, ideatore di progetti…tanta arte nel tuo percorso. Raccontaci qualcosa e come nasce poi la tua collaborazione con il festival Suoni di Strada?
Il percorso con il Parto delle Nuvole Pesanti dura da oltre venti anni. Abbiamo ormai consolidato la nostra attività artistica tra concerti e progetti culturali che portiamo avanti con il nostro percorso fatto di musica e impegno civile. 
Di recente, insieme ad un gruppo di professionisti creativi, ho fondato l’associazione di promozione sociale e culturale GirodiValzer, che si occupa di progettazione e produzione di eventi. Con GirodiValzer cerco di dare spazio alla mia attività di ideatore e direttore artistico di diversi festival e progetti musicali, culturali e sociali (La valigia d’identità, I colori dell’abbandono, Terre di Musica – Viaggio tra i Beni Confiscati alla Mafia).

La collaborazione con il festival Suoni di Strada nasce da una telefonata che un giorno di giugno dell’anno scorso mi fece Stefania Leotta, la responsabile organizzativa del festival alla quale sono legato da profonda amicizia. Lei mi disse che avevano avuto l’idea di fare qualcosa dedicata alle street band perché un loro amico ne aveva costituita una a Strongoli e mi chiese se potessi dare una mano.. Ho visto tanto entusiasmo sincero ed autentico dietro quella richiesta, ho visto la passione di un gruppo di giovani di Strongoli, il mio paese nativo, che voleva lanciare un segnale di cambiamento in una realtà difficile. Raccolsi la sfida e partì in fretta e furia la prima edizione del festival che dedicammo interamente alle street band tanto che l’evento si chiamò "Street Band Festival"

Qual è l’idea artistica che hai seguito per il festival?
Nella prima edizione del 2017 non c’è stato tanto tempo per fare grandi cose ma sin dall’inizio ho avuto in mente che, visto la scarsità di risorse economiche potevo contare solo su idee originali. Allora ho pensato di sfruttare il mare, una risorsa naturale che può dare originalità al festival. Ho chiesto a tutti gli artisti una complicità per coinvolgere i bagnanti con performance sparse sui cinque chilometri di spiaggia della baia di Strongoli. L’anno scorso quest’idea ha registrato un sorprendente successo evidentemente perché non tutti i giorni si vedono musicisti a piedi scalzi a marciare e suonare sulla spiaggia in piena libertà espressiva. E chissà che nelle prossime edizioni non li faremo sbarcare dal mare…

Cosa sono i suoni di strada ?
Per me i suoni di strada sono un concetto in continua evoluzione e comunque un concetto aperto. Il nome “Suoni di Strada" nasce dall’esigenza di aprire lo sguardo verso tutte quelle culture musicali che oggi si incontrano e si ascoltano per strada, nonché verso quella tradizione musicale popolare che di strada ne ha fatta tanta - come le Bande Musicali - peraltro molto radicata nelle comunità del Sud. La scelta della parola Suoni anziché Musiche trova la sua giustificazione proprio nel fatto che il Festival intende includere eventi che esprimano i suoni in senso più generale mentre le musiche fanno riferimento soltanto a fenomeni musicali, come suoni dei mercati di strada, o a quelli della parola letta in reading estemporanei realizzati in angoli inconsueti. Suoni insomma che raccontino, con varie espressioni artistiche, tutte quelle vibrazioni che ci arrivano all’orecchio e che costituiscono la nostra esperienza acustica, dal suono degli ambulanti a quello dei cantastorie, da quello dei nostri dialetti a quello della natura. E’ quasi un’idea filosofica ed esistenziale dell’arte e della musica che sembra essere lontana dalla “strada” ma in realtà è tutta la nostra vita. D’altra parte Il “mondo della strada” è un fenomeno sociale e popolare, magico e affascinante che da sempre ha suscitato anche l’interesse del cinema, della musica e della letteratura. Basti pensare al film La Strada di Federico Fellini alla canzone Pezzi di Vetro di De Gregori, al divertente Bert, amico di Mary Poppins, che sbarcava il lunario tra performance musicali per le strade o ancora ad artisti come Dario Fo o musicisti come Rod Stewart, Tracy Chapman, Ed Sheeran, Sting, e persino la mia band, Il Parto delle nuvole Pesanti, con la quale realizzai il primo disco proprio con i soldi raccolti in un mese di cappello nelle vie del centro storico di Bologna…

Un festival di un solo giorno, ma un giorno intero…con eventi che iniziano la mattina e terminano all’alba del giorno dopo. Un’immersione breve ma intensa in diverse discipline artistiche. Ci racconti qualcosa in più sul programma? 
Cerchiamo di fare necessità virtù e di trasformare il bisogno in leva dell’ingegno… Così non potendoci permettere di fare un festival di tre giorni non solo per mancanza di risorse finanziarie ma anche di risorse umane, ci è venuta l’idea di una giornata intensa e no stop, dal mattino fino all’alba del giorno dopo. E’ un’idea che valorizza l’elemento della sorpresa, dell’intensità emotiva, dell’immaginario che proprio la brevità dell’esperienza consente di sviluppare. Il Festival aprirà i battenti alle ore 9 di domenica 6 agosto con un concerto itinerante “a scomparsa” della banda musicale di Strongoli Leonardo Vinci accompagnata dagli armonici passi delle Majorettes Proloco  Strongoli. A seguire ci saranno alcuni flash mob. Il gruppo folkloristico Aqila a sorpresa ballerà su ritmi vertiginosi in abiti tradizionali, mentre la Ottopiù Street Band farà un’incursione musicale tra la gente che affolla il mercato cittadino. Nel pomeriggio un manipolo di musicisti invaderà la spiaggia servendo ai bagnanti una “macedonia” a base di note, improvvisazioni e coinvolgenti balletti. All’imbrunire, prima di immergersi nella magia degli spettacoli serali, si potranno gustare i tradizionali “pip e patat” preparati con la maestria culinaria delle donne strongolesi. A bagnare l’imperdibile piatto petelino, ci saranno i migliori vini del crotonese, dal Cirò al Melissa fino al Val di Neto. Alle ore 22,00 si partirà con gli spettacoli di Piazza Magna Grecia dove si esibiranno gli affermati LestoFunky, una street band romana dalle potenti sonorità, e le ipnotiche danzatrici del gruppo Harem - Il Tempio delle Odalische di Cosenza che restituiranno la danza del ventre alla dea della fertilità a cui l’ha sottratta la tentazione turistica e commerciale. Allo scoccare della mezzanotte largo ai Tammurinari della Sila che, coi loro ritmi forsennati, daranno la stura alle capriole, alle piroette e ai fuochi del Ciuccio Pirotecnico. A seguire tutti sulla spiaggia del lungomare dove il Festival proseguirà per tutta la notte con artisti a sorpresa, musica, balli, racconti e bagni notturni, in attesa di vedere l’alba spuntare dal bellissimo mare della baia di Strongoli e annusare l’odore del caffè che dalle case arriva fino in spiaggia. Durante la giornata del Festival ci saranno altri eventi di cornice tra cui un’estemporanea di pittura con un gruppo di giovani pittori delle scuole artistiche del crotonese e la presenza di vari graffitari che cercheranno di individuare spazi murari da trasformare in opere d’arte. Insomma, cerchiamo di seminare bellezza… 


Stefania Leotta
Ad organizzare il festival è l’associazione Controvento che tu presiedi. Dicci qualcosa della vostra realtà e come nasce poi l’idea di portare avanti un festival dal programma anche coraggioso per un piccolo paese…
Il Suoni di Strada Strongoli Festival nasce per caso durante una passeggiata tra amici sul lungomare cittadino, da un'idea di Ciro D'Alò, leader della Otto più Street Band, che quella sera di primavera del 2016, volle condividere un suo sogno e di quel sogno farne un evento straordinario. L'Associazione Strongoli Controvento che io presiedo ha avuto il coraggio di realizzare, in pochi mesi, un festival ambizioso che, seppur in una  piccola realtà di paese, ha voglia di crescere ancora, "di fare" e di "fare bene insieme" anche in collaborazione con altre associazioni presenti sul territorio e non.

State contando praticamente solo sulle vostre risorse e su quelle di amici e sostenitori spontanei . E’ faticoso portare avanti un progetto in questo modo?
Il sostegno sia quest'anno che l'anno scorso ci viene sia dall'Amministrazione Comunale di Strongoli che dai sostenitori del festival e dagli amici vicini e lontani che apprezzano il nostro impegno ed amano il proprio paese. E' per noi questo un modo di fare "cittadinanza attiva" perchè quando si organizza un evento di questa portata, affinchè possa riuscire bene, ognuno è chiamato a mettere a disposizione quello che ha e quello che può: c'è chi mette a disposizione l'ingegno, chi il proprio tempo libero, chi la propria forza lavoro, chi i propri soldini...è questa la formula vincente del nostro Festival!

Sappiamo che il motore, l’anima pulsante di tutto questo interessante festival è costituita da donne. Come sempre le più tenaci, quelle con più energia a portare avanti progetti nuovi, che possono sembrare difficili da far radicare in un territorio che vive di certe tradizioni artistiche 
Si è vero, l'Associazione Strongoli Controvento è stata fortemente voluta da noi otto donne, grintose e caparbie, che formiamo il Direttivo e che in un paese fortemente legato alle tradizioni abbiamo voluto portare una ventata di aria fresca, un'idea artistica innovativa e rivoluzionaria che, devo dire, il paese ha accolto con enorme successo. Il nome stesso dell'Associazione Strongoli Controvento sta ad indicare proprio questo desiderio di andare "contro" la corrente comune, contro le ovvietà, contro l'appiattimento e la prevedibilità...i nostri eventi (dall'idea, alla scenografia, alla grafica, alla comunicazione) non sono mai scontati, ma innovativi ed originali e riescono sempre a stupire e ad entusiasmare il pubblico dei grandi e dei piccini.
by Margot Frank
L’allegro fruscio<br> della Pace<br><small> by Margot Frank</small>

photo by Sylvie Prevot

Se ti capita miracolosamente di riuscire a fare le vacanze a Parigi a fine settembre, una capatina agli appuntamenti della settimana della moda tocca farla. Poi  bisogna vedere a quali si possa accedere o meno e, soprattutto, quali siano gli appuntamenti più fuori dal coro. Da italiana in vacanza io, personalmente, sono incappata in un evento che, già dal titolo, è molto particolare: La moda veste la Pace organizzato e promosso dall’African Fashion Gate, un’associazione italiana che da tempo combatte sul fronte della moda etica. Location (26 settembre scorso) il suggestivo Musée des Arts Décoratifs del Louvre di Parigi!
Che cosa succede se la moda esce dal business, dal mero business, e riscopre la propria vena creativa ed umanistica? Sì umanistica! Che poi è come dire: è possibile guardare questo mondo, quello dei pizzi e delle paillettes, da un altro angolo visuale? È già evidente dall’impostazione di questa domanda che la risposta è affermativa, ma occorre una più profonda riflessione per capire perché. La realtà, forse, è in una parola antica dal sapore un po’ di libro di scuola: umanesimo. Come a dire: quando si parte dall’essere umano e si torna all’essere umano, alla sua anima più profonda, qualsiasi scelta che si faccia, che sia commerciale o creativa, prende una diversa fisionomia. Se partiamo da questo presupposto, lascia piacevolmente stupiti ma per nulla sbigottiti che l’African Fashion Gate abbia scelto per il suo recente appuntamento al Musée des Arts Décoratifs del Louvre di Parigi, prima di tutto un titolo di un significato tanto profondo e poi di aprire con un concerto proposto da Assisi Suono Sacro: Andrea Ceccomori al flauto, Maria Chiara Fiorucci all’arpa, Marco Testoni handspan. E, all’elettronica, Dj Viceversa. Sacro e profano si incontrano in un mix di suoni fuori dalle convenzioni che sa spaziare dalla più classico e rarefatto Debussy ai ritmi della world music, passando per la contemporanea e l’elettronica di sapore lounge. Il flauto intenso di Andrea Ceccomori, un suono dell’arpa tutt’altro che accademico di Maria Chiara Fiorucci; la magia dell’handpan di Marco Testoni. E una scelta dell’elettronica di Dj Viceversa all’insegna di una ricerca sul 432 hz. Tutto in totale libertà. Così come libera e tutt’altro che imbalsamata è stata la regia dell’evento, firmato Nicola Paparusso che ha curato più la freschezza e la solarità dei gesti che il semplice glam dell’evento. Il risultato: un evento carico di allegria e di vitalità, di movimento e di partecipazione. Italiani, francesi, africani, occidentali e orientali che si incontrano in un brusio di creatività che sorprende. Bello!

by Margot Frank

Cultura <br>ai titoli di coda<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La Cultura, bistrattata e dimenticata, ora dovrebbe farsi carico del rilancio del territorio, delle ricadute occupazionali ed anche di attenzioni particolari in ambito sociale? Parrebbe un paradosso ed invece è quanto si cela dietro ad una definizione che negli ultimi tempi è diventata quasi uno slogan istituzionale: “cultura produttiva”. Insomma, la cultura deve produrre, deve rendere, deve essere business, diversamente viene accantonata. Il rimbalzare di questa convinzione negli ambiti più disparati (e fors'anche disperati) è a dir poco inquietante. Ad onor del vero, tutto è scaturito da un qualcosa di molto distante da ogni presupposto produttivo: i “tagli” imposti dal sistema europeo per far quadrare i conti dei Paesi membri, secondo quanto previsto dal cosiddetto “patto di stabilità”. “Tagli” che hanno colpito ogni settore, soffermandosi però con insistenza e pervicacia soprattutto sulla cultura. Da qui l'invenzione di nuove formule pensate per non affrontare l'impopolarità del classico “non abbiamo un euro” traducendo lo stesso concetto in un assai più elegante nuovo percorso all'insegna della “cultura produttiva”. L'input è arrivato dal Governo, ma ha trovato immediati seguaci nelle Regioni e nelle Fondazioni bancarie, alle prese da sempre  con un associazionismo culturale attivissimo, alla costante ricerca di sostegni finanziari, trattandosi di attività “no profit”. Ecco quindi comparire nuovi bandi caratterizzati da lacci, lacciuli, paletti e parametri tesi soprattutto a scoraggiare i richiedenti ed a mettere con le spalle al muro coloro che volessero andare oltre alla prima, comprensibile, fase di scoramento. Domande del tipo “Quali ricadute sul territorio si ritiene possa produrre la vostra iniziariva?”, “Quali opportunità occupazionali si ritiene possa fornire?”, “Quanti dipendenti operano nel vostro progetto?” rivelano chiaramente la volontà di sbarazzarsi di chi lavora in ambito culturale senza tener conto di quei presupposti di “produttività” che sono divenuti la parola d'ordine di un delirio alla moda. Già perchè, secondo questi nuovi princìpi, dovrebbero essere le Associazioni a determinare ricadute produttive sul territorio, dovrebbero essere le Associazioni a generare opportunità occupazionali e sempre le stesse dovrebbero anche avere dei dipendenti, per altro in aperto contrasto con i concetti di “no profit” che evidentemente sottendono un'attività prevalentemente, se non totalmente, di volontariato. Non solo, poiché anche i settori dell'Istruzione e dei Servizi Sociali navigano in cattive acque, sono gradite e fanno premio eventuali iniziative didattiche e/o aperture sul sociale. Ma le Associazioni culturali non possono evidentemente offrire queste garanzie e non hanno il dovere di assolvere compiti che spettano allo Stato, alle Regioni ed agli organi istituzionali. Ed allora si spalancano le porte alle imprese (ovviamente “amiche”), che danno vita ad improbabili “cordate” per arraffare la gestione di strutture e realizzare progetti “produttivi” in ambito culturale. Ben sapendo che la cultura non può essere “produttiva”, come dimostrano ampiamente i vorticosi deficit di enti lirici e teatri, gli affanni dei musei, la crescente crisi della musica e dell'editoria. Porte aperte alle imprese insomma, alle quali va il sostegno istituzionale, anche mettendo in campo soldi pubblici. Denari che vengono assegnati ad  Associazioni fasulle che sorgono in seno alle imprese stesse per poter ricevere finanziamenti da Regioni e Fondazioni bancarie, che diversamente non potrebbero finanziare in modo diretto attività imprenditoriali, cioè realtà private con fini di lucro. Denari che vengono sottratti anche alle Associazioni più attendibili. In tal modo si condannano a morte le Associazioni vere, quelle che non fanno impresa e non cercano profitto, ma che sono state per decenni la vera spina dorsale del sistema culturale italiano, continuando ad operare anche in quegli ambiti nei quali il sistema imprenditoriale se la sarebbe data a gambe per palese “improduttività”. E, a coronamento di questa riflessione, poniamo anche la qualità dei progetti messi in campo. Se la priorità è rappresentata dal tornaconto, è evidente che sarà sempre prioritario ciò che rende su ciò che fa davvero cultura. Nessuna impresa, che sia davvero tale, è così filantropica tanto da essere disposta a rimetterci (o anche semplicemente a pareggiare i conti) per  sostenere un progetto che non dia garanzie quasi assolute di guadagno. Da qui le fosche prospettive per il futuro. E il quasi incontenibile desiderio di affidarlo ad una piadina sotto all'ombrellone di una spiaggia di Rimini.

by Giorgio Pezzana
Final Step <br>la fusion è ancora viva! <br><small> by Antonio Cifola</small>


La fusion e il jazz-rock hanno avuto tra gli anni '70 e i '90 il periodo di massimo fulgore e popolarità. Ma nonostante questo la comunità jazzistica non ha mai veramente del tutto amato questa evoluzione stilistica. Eppure Miles Davis, Weather Report, Herbie Hancock, Chick Corea e Yellow Jackets, solo per citare qualche esponente di quel movimento musicale, non sono stati certo meteore ma piuttosto artisti che hanno influenzato in maniera importante la storia del jazz moderno. Anzi l'hanno proprio rivoluzionato. Purtroppo però il genere ha subito un rapido declino, dovuto ad una produzione discografica progressivamente sempre più stereotipata, che solo oggi a distanza di circa 20 anni ha ritrovato nuove energie con band americane come ad esempio gli Snarky Puppy.

I Final Step, ottetto svizzero fondato dal chitarrista Matteo Finali, è appunto una formazione il cui evidente obiettivo artistico è rinnovare e reinterpretare il jazz-rock mantenendo comunque un collegamento con i padri fondatori del movimento. Una sorta di new fusion in chiave europea. Il gusto, la padronanza tecnica e la ricca discografia dei Final Step fanno il resto.  E' di questi giorni la pubblicazione del loro quarto album Live at Estival Jazz registrato durante un concerto a Lugano nel 2016.

Il disco inizia con Sultans, un brano di chiara matrice world-fusion con echi klezmer, intriso di godibilissimi intrecci tematici con un ispirato solo finale di sax soprano di Mirko Roccato. Ipnotico l'andamento ritmico di Obatala con un buon interplay della coppia Finali-Buonarota e la tensione delle tastiere di Pezzoli. Jojo's Blues e The Two-Bear Mambo sono due brani che sembrano qua e là ammiccare a certo funky anni '70 di Billy Cobham dove la sezione ritmica della band è particolamente ispirata, come anche nel fiammeggiante finale di Essaouira. Un funk più contemporaneo torna in In A Brooklyn Store dove fa capolino anche l'hammond di Alessandro Ponti. Il brano che chiude la tracklist è Uncle Joe's Space Mill con l'intenso fraseggio della chitarra di Matteo Finali che sembra liberarsi in tutta la sua energia.

Un bel disco questo dei Final Step che testimonia la qualità della scena jazzistica svizzera ma che soprattutto dimostra come la fusion e il jazz-rock non siano solo un esercizio di stile ma una musica ancora splendidamente viva e vitale.

by Antonio Cifola

Final Step
Live at Estival Jazz

Matteo Finali, Chitarra Fabio Buonarota, Tromba e Flicorno Mirko Roccato, Sassofoni Gabriele Pezzoli, Tastiere Alessandro Ponti, Hammond Francesca Morandi, Basso Dario Milan, Batteria Silvano de Tomaso, Percussioni
Ecuador: Musica e colori, ecco i suoi segreti<br><small> by Francesco Ferri</small>


Dalle acutissime cime delle Ande scendono dei canti melodici, accompagnati da strumenti che rappresentano culture secolari.
Tutte le strade portano a Roma e quindi loro, con abiti arcobalenici, si riuniscono all'Isola del Cinema: sono gli artisti ecuadoriani invitati il 10 agosto alla festa nazionale che ricorda la dichiarazione d'indipendenza avvenuta nel 1809.
L'evento, organizzato assieme al Consolato, ha riempito l'Isola Tiberina nel cuore della capitale ed ha riunito una comunità più che integrata che ha urlato con orgoglio le proprie radici.
Le musiche non potevano essere più emblematiche: dagli Alpa Sumac con i vestiti tipici a ritmo di Sanjuanito, ai flauti della città di Otavalo suonati dagli Inti Cáceres, alle danze della Difusión Cultural Jumandy con i pasillos dalle radici indigene che hanno scaldato i cuori della collettività “tricolor”. Sul palco e tra il pubblico sono state distribuite centinaia di rose con i colori della bandiera: gialle, blu e rosse.
L'Ecuador è un miscuglio di civiltà: dal Pacifico all'Amazzonia, passando per il parallelo zero, ancora oggi sono presenti oltre un milione di appartenenti ai 45 gruppi etnici indigeni che proteggono un bagaglio culturale impressionante. Assieme a loro, i discendenti dei gruppi africani e spagnoli hanno dato vita a delle combinazioni affascinanti e folcloristiche all'interno della stessa terra: cibi, lingue, strumenti che si incrociano in questo paese a cavallo tra il nord ed il sud del mondo.
Il risultato è stato una festa di colori e di allegria, che ha fatto saltare e ballare dal Console agli addetti ai lavori.
Ed allora è proprio il caso di gridare: Con amor hoy yo quiero cantar, si señor, a mi lindo Ecuador!”


by Francesco Ferri

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