Ma quanto mi piacciono i Pentatonix<br><small> by Micol May</small>


Ciao! Oggi scriverò dei Pentatonix…
Sono un gruppo vocale a cappella che mi piace molto! Cantano per lo più cover di canzoni di altri cantanti.
Sono molto molto bravi! loro sono Avi Kaplan, Kirstie Maldonado, Scott Hoying, Mitch Grassi e Kevin Olusola.
Poco tempo fa hanno vinto un Grammy (secondo me molto meritato!).
Vengono scoperti nel talent show statunitense “The Sing-Off” dove vincono il primo posto, un contratto con la Sony e $200,000.
Nel 2012 decidono di iniziare a mettere I propri video su youtube, e così nascono definitivamente I Pentatonix.
A me piacciono perché a volte riescono a far persino diventare più belle e orecchiabili le canzoni, rispetto a quelle originali.
Li ho ascoltati per caso questo natale mentre vagavo per Youtube (santo Youtube!), e da quel momento mi sono fissata ed ho ascoltato solo loro J.
Vi consiglio di ascoltarli perchè sono molto bravi!
Qui sotto vi lascio I link delle canzoni che mi piacciono di più e del loro canale Youtube…..



Ladyvette: ironia in abiti Vintage, a ritmo di swing<br><small> by Barbara Bianchi</small>


22 aprile, AlexanderPlatz (Roma, via Ostia 9, infoline 06 3972 1867): approdano al tempio romano del Jazz Ladyvette, trio dai brillanti colori vintage che, a ritmo di swing, ridipinge con ironia e raffinato senso teatrale i magici Anni ‘50.
Attraverso brani inediti, classici della musica pop anni ’80 e ’90 reinterpretati in chiave swing e intermezzi teatrali, Sugar, Pepper e Cherry - tre Dive anzi Divette- sorridono e ironizzano sul tempo di ieri e di oggi. Abbiamo voluto intervistarle e... ci siamo divertiti un sacco....


Un giro sul web, un ascolto di alcuni vostri pezzi: una cosa è certa, a voi piace giocare. Come è nata l’idea di questo trio?
L’idea nasce su un diretto Genova-Roma un pomeriggio di 3 anni fa e il giorno dopo era  praticamente già realtà. Ci siamo incontrate alle 10 di mattina, sfatte, assonnate, ma ovviamente bellissime, e all’una meno un quarto eravamo già Dive.
La prime cose che ci sembravano fondamentali perché il progetto decollasse erano: trucco, vestiti e capelli. A quel punto già cantavamo perfettamente armonizzate mentre ci limavamo le unghie e sceglievamo lo smalto. Comunque sì, è vero, ci piace molto giocare e, purtroppo per voi, in quest’intervista ne avrete ulteriore conferma.

Uno stile vintage, dei contenuti ironici e attuali. Una curiosità: come nascono i testi delle vostre canzoni?
I biglietti dei baci Perugina sono stati vitali per la creazione dei nostri primi testi, poi però la dietologa ci ha intimato di smettere e siamo passate alle riviste femminili, rigorosamente rubate dal parrucchiere.
E proprio su quelle riviste abbiamo appreso la dura verità: noi non siamo speciali. I nostri problemi, pregi e desideri sono uguali a quelli di tutte le donne e di una buona fetta di uomini, che però non lo vogliono ammettere.
Così inizia la nostra missione: noi diciamo NO ai peli superflui, NO al risparmio quando si è senza soldi, NO alla dieta quando si è tristi, SI’ alle calze contenitive e alle paturnie premestruali e, soprattutto, BASTA DIVE! VIVA LE DIVETTE!

Fateci sorridere: qualche anticipazione su canzoni future
Purtroppo non possiamo svelare molto, dati i continui tentativi di plagio che subiamo. Ci sentiamo un po’ come quando alle medie dovevamo mettere in piedi il quadernone rigido per non farci copiare, avete presente? Però oggi facciamo uno strappo alla regola,  e possiamo dirvi che proprio in questo istante stiamo scrivendo una canzone che si chiama Ginger, mentre sorseggiamo Ginger Ale e sgranocchiamo Ginger bread. Perché noi ci domandiamo, cosa saremmo noi occidentali, oggi, se non ci fosse ginger? Non come lo zenzero che puzza di detersivo per i piatti e pizzica sulla lingua.
(CHE EFFETTO FA SENTIRSI PLAGIATI, EH?)

Cultura e intrattenimento, un equilibrio spesso difficile:. Qualcuno parla di edutaiment…
Cos’è l’edutaiment??? È tipo il caco-mela? O l’aperi-cena? O come i punk-a-bestia e il calce-struzzo???
Va bene proviamo a rispondere seriamente. Noi crediamo che per fare intrattenimento sia necessaria una base di cultura abbastanza solida e solo chi si sofferma ad osservare bene la realtà delle cose, può ironizzarci sopra.
Purtroppo noi non siamo tra questi, e troviamo la vostra domanda molto offensiva.  

Intervista a cura di Barbara Bianchi
  
L’incanto <br>della neve di Slava<br><small> by Anita Perrotta</small>


Dalla fine degli anni Cinquanta fino agli inizi degli anni Novanta il mondo circense vive un periodo di profonda crisi.
Il circo tradizionale inizia a tediare il pubblico che se ne allontana. Di motivi possiamo elencarne molti: intanto non è più in grado di proporre argomenti interessanti, le associazioni animaliste lo demonizzano, ma soprattutto manca l’elemento fondamentale dell’arte, lo stupore. Così molti artisti e tra loro molti clown  cercano nuove strade, nuove possibilità di esprimersi, tanto che all’inizio degli anni Ottanta, appaiono nuove figure artistiche che rielaborano i linguaggi con accenti intellettuali e  psicologici e, guardando ai palcoscenici teatrali dei primi anni del ‘900, riescono a creare nuove forme d’arte dando vita ad una clownerie moderna.

Slava Polunin è uno di loro, ed è oggi  considerato il miglior clown del mondo.
Nasce in una piccola città russa, lontano dai grandi centri urbani. Trascorre tutta la sua infanzia in mezzo alla natura. Vive in un mondo incontaminato finché, all'età di 17 anni, decide di trasferirsi a San Pietroburgo con l'intenzione di studiare ingegneria ma dove invece si iscrive a una scuola di mimo.
Il suo più grande sogno era proprio quello di diventare clown .

Polunin nel suo studio sulla figura del clown riparte proprio dallo stupore e grazie l'influenza di grandi artisti come Chaplin, Stan Lauren e Oliver Hardy, Marcel Marceau, realizza un teatro magico e festoso costruito sulla base delle immagini e dei movimenti, sui giochi e sulla fantasia, ricco di forti contrasti, crudeltà e tenerezza, tragedia e commedia, che non disturbano lo spettatore ma anzi lo coinvolgono nel profondo.
Grazie al suo talento e alla sua determinazione, la sua reputazione cresce molto rapidamente, tanto che sono numerosi i suoi allievi disposti a viaggiare attraverso il mondo pur di imparare le sue tecniche innovative.

Nel 1993 le gag più famose del suo repertorio vengono raccolte in un unico spettacolo SLAVA'S SNOWSHOW che viene presentato in tournée in più di 30 paesi ed ovunque ha un successo strabiliante.
Sono cinque i clown in scena in questo spettacolo dove Slava ne è il protagonista principale.
La sua è una figura nostalgica, spontanea ma che sa essere ironia di se stessa, il suo costume è una morbida tuta gialla accompagnata da un  paio di scarponi rossi e soffici e  dall’irrinunciabile nasone rosso. Un personaggio gentile e sensibile che nasce prendendo spunto dalla tristezza poetica dei clown.
Trasmette un piacere delicato e garbato e riesce a rievocare negli adulti il meraviglioso mondo dei sogni infantili probabilmente fin troppo soffocato.
Ma proprio quando si è completamente immersi in questo sogno ecco arrivare il colpo di scena: il teatro si trasforma in un unico grande spazio dove gli artisti giocano in mezzo al pubblico, scherzano schizzando acqua dai loro ombrelli, scambiano cappotti, camminano sulle poltrone della platea favorendo un coinvolgimento inaspettato degli spettatori con il palcoscenico.
La neve, grande legame con l’infanzia di Slava, è l’elemento scenografico predominante, è bianca come un abito da sposa, affascinante e delicata, ma nello stesso tempo inquietante e fredda, come spesso succede nelle cose che affascinano gli esseri umani di qualsiasi età.
La fine dello spettacolo, è un’esplosione di gioia e divertimento; una quantità incredibile di coriandoli bianchi sparati dal palco travolge completamente il teatro e giganteschi palloni d’aria sovrastano il pubblico che inizia a giocarci, ormai completamente immerso nello spettacolo. Ci si dimentica la propria età e anche quando ci si rende conto che è arrivato il momento di andarsene nessuno vuole lasciare il teatro, lasciandosi ancora cullare dalla fantasia e con lo sguardo perso nella  magia più bambina che è in noi.
La tournée italiana di Slava Snowshow è in corso in queste settimane, a seguire vi segnaliamo le tappe.


Anita Perrotta
LOL: <br>DANZANDO CON GLI HASHTAG<br><small> by Marco Testoni</small>

Non avrei mai immaginato che uno spettacolo di teatro-danza potesse essere la più lucida e grottesca rappresentazione di quella realtà virtuale in cui tutti noi viviamo moltissimo del nostro tempo. LOL - Lots Of Love, l'acronimo di "Laughing Out Loud" comunemente usato nel gergo internet per indicare una risata, è lo spettacolo del coreografo Luca Silvestrini e della sua compagnia Protein Dance presentato lo scorso Febbraio nell'ambito del Festival della Nuova Danza Equilibrio all'Auditorium Parco della Musica di Roma.
Diplomatosi al Dams di Bologna Silvestrini vive e lavora da 20 anni a Londra. Infatti LOL ha un impianto scenicamente british ma con un retrogusto mediterraneo. E forse solo in questo connubio si possono trovare le forme per affrontare con leggerezza ed ironia una tematica così apparentemente ambigua e sfuggente. Tutti i tic dell'internauta sono passati al vaglio: l'ansia del comunicatore virtuale con il profilo perfetto, l'identificazione del tag giusto che descriva una personalità, la ricerca del linguaggio avvenente che attragga la cyber-anima gemella. I protagonisti sembrano voler perdere le proprie sembianze umane riducendosi volontariamente ad avatar per nascondere le proprie debolezze e goffaggini. Tutto con un sense of humour amorevole, mai acido e spigoloso, che porta i danzatori a scendere in platea a prendersi gioco con il rito più abusato dei social network: il selfie.
La colonna sonora di Andy Pink è semplicemente geniale, una scrittura leggera e complessa che incorpora musica concreta, elettronica, house, dubstep, ticchettii di tastiera trasformate in percussioni ed una serie dei tipici richiami acustici e segnali musicali di Skype, Facebook Windows, Apple, etc… L'animazione video ideata da Rachel Davies e rappresentata da 3 giganteschi schermi al centro del palco che rimandano simultaneamente le riprese delle webcam integrate ai portatili. Sorprendente e toccante il finale dove, sullo sfondo musicale di una ballad acustica, uno dei sei danzatori simula un atto d'amore con una grande matassa di cavi multicolore.
Genialità allo stato puro! 

Marco Testoni
BUONANOTTE MAMMA: GRANDE EMOZIONE<br><small> by Saverio Aversa</small>


Interno familiare, modesta casa della provincia americana: salotto, ingresso, cucina. Spazi ridotti che delimitano le esistenze di Jessie e di sua madre, Thelma. Due donne mature, provate dalla vita, dalle sofferenze, dalle separazioni, dalle malattie. Jessie è epilettica, una condizione patologica ben controllata con i farmaci ma che condiziona inevitabilmente le azioni, i progetti, le relazioni. Un matrimonio, un figlio, un divorzio, storie comuni a tante donne, a tanti uomini. Un figlio tossicodipendente che ruba tutto quello che può alla madre e alla nonna per procurarsi la droga.
Sensi di colpa, perché privarsene? Thelma ha nascosto finché ha potuto alla figlia la sua malattia, la stessa del padre, per proteggerla, per non farla sentire differente, vittima di una tara ereditaria. Ma Jessie è stanca di tutto questo, è soffocata dal cordone ombelicale che la lega alla madre, è stremata dai conflitti con il figlio, è pronta ad un gesto definitivo.
Con questo testo Night, mother Marsha Norman ha vinto il premio Pulitzer nel 1984. Premio meritatissimo per un atto unico scritto con grande sensibilità e attenzione, una precisa analisi sociologica ancora attuale a distanza di 30 anni. Il regista Ciro Scalera ha scelto Elisabetta De Vito e Sarah Biacchi e con loro ha costruito uno spettacolo che scorre come una lama affilata, che coinvolge e commuove lasciando l'amaro in bocca e una serie di riflessioni in testa. La bravura e la passione consentono alle due interpreti di far salire simbolicamente gli spettatori sul palco, a farli entrare nella vita di Jessie e di Thelma, a farli partecipare con umana pietà alla loro tragica vicenda.

Spegnete la televisione e andate a teatro, mettete in moto i vostri neuroni: vi farà bene.

TEATRO BELLI-Roma
DAL 10 AL 22 FEBBRAIO 2015
dal martedì al sabato ore 21.00 e la domenica ore 17.30
BUONANOTTE MAMMA
di Marsha Norman
con Elisabetta De Vito e Sarah Biacchi
regia di Ciro Scalera

Saverio Aversa
MultiViral: la metamorfosi (sociale) dei Calle 13<br><small> by Francesco Ferri</small>


Dopo aver conquistato ammiratori in tutto il mondo grazie alla loro capacità di mischiare il linguaggio dell’hip hop con il ritmo del reggaeton, i Calle 13 hanno definito ciò che stavano testando da tempo nei loro precedenti album.
I due fratellastri di Trujillo Alto (Puerto Rico) con MultiViral hanno consacrato definitivamente l’anima dei loro testi con la forte influenza dell’aspetto sociale.


Gli inizi di René ed Eduardo sono stati infatti segnati dalla pubblicazione di pezzi di denuncia nei confronti delle istituzioni governative statunitensi che detengono diversi prigionieri politici portoricani nelle prigioni nordamericane.
Dopo gli iniziali successi, il gruppo ha portato il suo profilo di polemica ad un livello internazionale, criticando il governo venezuelano di Chavez (definendolo “migliore artista pop dell’anno”), contestando le forti relazioni tra politica e paramilitari in Colombia e recentemente denunciando la sparizione dei 43 studenti in Messico.
Da sempre sostenitori dell’indipendenza della loro isola (PR è uno stato non incorporato degli USA, una sorta di colonia), Residente e Visitante, questi i rispettivi nomi d’arte, hanno via via cambiato il loro stile portandolo verso un genere orecchiabile e con un impatto notevolmente più morbido.
Con dieci Latin Grammy Awards, Calle 13 è diventato uno dei simboli della musica urbana mondiale. Già da anni il gruppo è un emblema per i cittadini dei paesi ispanici delle terre d’oltreoceano, non solo grazie al continuo impegno che rappresenta una fortissima immagine di resistenza comune, ma anche e soprattutto per la pubblicazione nel 2011 del singolo Latinoamerica che grida la sofferenza e l’orgoglio dei popoli del subcontinente.
MultiViral rappresenta un cambio radicale: se da un lato c’è una regressione ai testi di denuncia e forte impatto, dall’altro Calle 13 adatta il sound, abbandonando ormai totalmente la grancassa del reggaeton ed abbracciando un nuovo esperimento con melodie pop e rap.
Il singolo Adentro riassume in cinque minuti la superficialità dell’individualismo dei nostri giorni, condanna la censura artistica e fa leva sull’importanza dell’educazione.



Inoltre, nello stesso disco spicca una collaborazione con Julian Assange, altro ribelle dei nostri tempi. Le immagini della clip seguono un ragazzino palestinese che apparentemente cerca di costruirsi di nascosto un fucile, ma alla fine si scoprirà che ciò che realmente sta mettendo insieme sono i pezzi di una chitarra: questo raffigura per un’ennesima volta la volontà del gruppo di mostrare l’importanza di musica ed arte come strumenti di diffusione culturale.
I corpi estranei di Stelio Gicca Palli<br><small> by Marco Buttafuoco</small>



I poeti sono preveggenti? Sentono più o meglio dei sociologi, dei giornalisti (lasciamo stare i politici, si cadrebbe nel banale) lo spirito dei tempi? Difficile da dire in poche righe. Sta di fatto che nella canzone iniziale di questo bel disco Stelio Gicca Palli coglie, nell’assolata scena estiva di una meravigliosa Piazza di Spagna l’odore di una decadenza, un peso opprimente e indefinito. “Aspetteremo l’autunno per aver novità". L’autunno ha portato nella capitale triste le novità che sappiamo: i segni forse irreversibili di decadenza. Eppure Piazza di Spagna alle quattro è stata scritta ben prima che le inchieste scoperchiassero la marcia malinconia della vita pubblica romana Certo, l’autore non si riferisce a quello che le cronache hanno poi rivelato; ma nei suoi versi si avverte semplicemente un senso di stanchezza e d’inutilità che la bellezza di una giornata maschera a fatica. Roma pare una discarica. “Borghesi coatti, guardiani distratti non lascian che spoglie / Che dopo un gabbiano già sazio per via lascerà”
Stelio Gicca Palli è tornato in sala d’incisione e nel mondo della musica dopo alcuni decenni proficuamente dedicati alla professione forense Aveva scritto, nel 1970, quel Te la ricordi Lella, che fu portato al successo da Edoardo De Angelis ed è tuttora un oggetto di culto nella storia della canzone d’autore italiana.a metà degli anni ‘70 Parlava di femminicidio, con piglio pasoliniano (come scrissero giustamente i giornali dell’epoca), raccontando le confessioni di un balordo che uccide l’amante. La realtà ha superato oggi l’immaginazione poetica dell’autore, che, però, giustamente riproposto la canzone, in questo suo cd
Tutti buoni gli altri pezzi, tutti sopra la media. Tutti intrisi di un sottile disincanto generazionale, di un ironico ma accorato riflettere sulle vicende della vita, sui compromessi, sui sogni finiti. Senza cedimenti alla retorica stucchevole. dei tempi che furono. Stelio Gicca Palli, racconta la presa d’atto della realtà di chi ha coltivato grandi ideali i pubblici e sogni privati e oggi fa i conti con gli anni che passano, con gli orizzonti sempre più ristretti della quotidianità, con la miseria e con la fragilità della condizione umana. ”Cara, dillo ai tuoi figli…Che sono cicorie/Non sono mai gigli/ Che crescono ai bordi/ Delle strade del vasto mondo”
Lo fa senza rancori e senza querimonie, con un distacco che il sottile accento romanesco rende ancora più accentuato. E' un'amarezza sobria quella dell’ex avvocato, espressa con una poesia sorvegliata, scabra, mai aulica e mai banale

Un bel disco, ricco di personalità, curatissimo negli arrangiamenti, tessuto di melodie interessanti e piacevoli
In memoriam: Battaglia, Aarset, Rabbia cantano Brescia<br><small> by Margot Frank</small>


Bello, semplicemente bello: di quei dischi che entrano nelle orecchie per le porte dell’anima. Rarefatto, denso, potente e delicato. Come può essere il ricordo di un dolore e il quadro di una tragedia. Parliamo di In memoriam (Medulla), opera a sei mani di Stefano Battaglia (pianoforte), Michele Rabbia (percussioni, live electronics), Eivind Aarset (chitarra elettrica, live electronics) dedicata ai morti di Piazza della Loggia a Brescia a quarant’anni dalla strage. Otto requiem e tre inni suddivisi in due cd, un requiem per ciascuna delle otto vittime la cui morte, purtroppo e come spesso accade, non ha ancora trovato giustizia: Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda. I ghiacci caldi del nord di Aarset si incontrano con le note delicate e precise di Battaglia cucite assieme dal pathos performantico di Rabbia. Un lavoro fatto di intense emozioni musicali che si intrecciano in un interplay senza tempo soffuse del pulsare eterno che avvolge il ricordo degli eroi involontari e delle vittime reali. Quali erano questi militanti, queste donne e questi uomini scesi in piazza ad esercitare un loro inviolabile diritto.
Nessun gesto né oleografico né didascalico in queste pagine di intensa musica: solo musica, pensieri, poesia in note. Un progetto che sa andare al di là dei propri obiettivi e volare, sempre alto. E forse la giustizia di Giulietta, Livia, Alberto, Euplo, Luigi, Bartolomeo e Vittorio sta proprio in questa riconquistata poesia.

Il video della settimana