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Nella Cultura<br> il futuro di<br> un'Era Globale<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La Bulgaria ha scelto Roma, quindi l'Italia, per portare in piazza il suo “Discover Bulgaria”. Non ha scelto Parigi o Berlino. Ma Roma. Riconoscendo in tal modo implicitamente il ruolo culturale che l'Italia riveste in Europa e nel mondo. E questo ci deve inorgoglire. E l'ambasciatore bulgaro Marin Raykov ha voluto interpretare la dimensione culturale come l'unico vero patrimonio capace di parlare alla gente, a prescindere da lingue e nazionalità. Probabilmente ha ragione. E mi riporta alla mente la riflessione di un amico musicista al rientro da un suo tour internazionale allorquando mi disse: la musica può dare vita ad un villaggio globale ove con la musica ci si parla e ci si capisce. In quel villaggio, le emozioni vengono dalla musica, la musica può esprimere speranza o frustrazione, amore o rabbia, ma alla fine è bellissimo, quando gli strumenti tacciono e ci si guarda, scoprire di appartenere a mondi diversi, eppure di avere colto tutti insieme le stesse vibrazioni in quello stesso momento. In senso più ampio, quel villaggio globale può essere rappresentato da una comunità più grande che attraverso le più diverse espressioni può confrontarsi e ritrovarsi. Certo, questi sono o dovrebbero essere i principi filosofici della cultura, quelli che non hanno bandiere o colori, appartenenze o convenienze. Poi, tutti quanti sappiamo che non è così. Ogni giorno ci imbattiamo nella cultura fatta per la politica, o per il denaro o per narcisismi personali fini a loro stessi, che anziché accomunare escludono, che anziché condividere dividono. L'arte contemporanea è spesso la casa di chi non sa fare nulla, ma lo sa fare molto bene. E la gente è confusa e tradita. Perchè la cultura è anche bellezza e la bellezza, quando è tale, viene sempre in qualche modo palesata. E' riconoscibile. Ecco perchè è importante quanto dice l'ambasciatore bulgaro laddove afferma che la cultura può essere lo strumento attraverso il quale la gente può percepire una dimensione europea. Perchè la cultura, quella fatta di bellezza, può accrescere l'orgoglio per le nostre origini, senza chiederci di rinunciare ad esse ma, al contrario, affiancandoci a quelle altrui, può darci la consapevolezza di un'identità e l'arricchimento che deriva dalla conoscenza. Andando a formare una comunità globale che attraverso il volteggio di una ballerina o l'accordo di una chitarra può vivere all'unisono una stessa emozione.

by Giorgio Pezzana
Cultura <br>ai titoli di coda<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La Cultura, bistrattata e dimenticata, ora dovrebbe farsi carico del rilancio del territorio, delle ricadute occupazionali ed anche di attenzioni particolari in ambito sociale? Parrebbe un paradosso ed invece è quanto si cela dietro ad una definizione che negli ultimi tempi è diventata quasi uno slogan istituzionale: “cultura produttiva”. Insomma, la cultura deve produrre, deve rendere, deve essere business, diversamente viene accantonata. Il rimbalzare di questa convinzione negli ambiti più disparati (e fors'anche disperati) è a dir poco inquietante. Ad onor del vero, tutto è scaturito da un qualcosa di molto distante da ogni presupposto produttivo: i “tagli” imposti dal sistema europeo per far quadrare i conti dei Paesi membri, secondo quanto previsto dal cosiddetto “patto di stabilità”. “Tagli” che hanno colpito ogni settore, soffermandosi però con insistenza e pervicacia soprattutto sulla cultura. Da qui l'invenzione di nuove formule pensate per non affrontare l'impopolarità del classico “non abbiamo un euro” traducendo lo stesso concetto in un assai più elegante nuovo percorso all'insegna della “cultura produttiva”. L'input è arrivato dal Governo, ma ha trovato immediati seguaci nelle Regioni e nelle Fondazioni bancarie, alle prese da sempre  con un associazionismo culturale attivissimo, alla costante ricerca di sostegni finanziari, trattandosi di attività “no profit”. Ecco quindi comparire nuovi bandi caratterizzati da lacci, lacciuli, paletti e parametri tesi soprattutto a scoraggiare i richiedenti ed a mettere con le spalle al muro coloro che volessero andare oltre alla prima, comprensibile, fase di scoramento. Domande del tipo “Quali ricadute sul territorio si ritiene possa produrre la vostra iniziariva?”, “Quali opportunità occupazionali si ritiene possa fornire?”, “Quanti dipendenti operano nel vostro progetto?” rivelano chiaramente la volontà di sbarazzarsi di chi lavora in ambito culturale senza tener conto di quei presupposti di “produttività” che sono divenuti la parola d'ordine di un delirio alla moda. Già perchè, secondo questi nuovi princìpi, dovrebbero essere le Associazioni a determinare ricadute produttive sul territorio, dovrebbero essere le Associazioni a generare opportunità occupazionali e sempre le stesse dovrebbero anche avere dei dipendenti, per altro in aperto contrasto con i concetti di “no profit” che evidentemente sottendono un'attività prevalentemente, se non totalmente, di volontariato. Non solo, poiché anche i settori dell'Istruzione e dei Servizi Sociali navigano in cattive acque, sono gradite e fanno premio eventuali iniziative didattiche e/o aperture sul sociale. Ma le Associazioni culturali non possono evidentemente offrire queste garanzie e non hanno il dovere di assolvere compiti che spettano allo Stato, alle Regioni ed agli organi istituzionali. Ed allora si spalancano le porte alle imprese (ovviamente “amiche”), che danno vita ad improbabili “cordate” per arraffare la gestione di strutture e realizzare progetti “produttivi” in ambito culturale. Ben sapendo che la cultura non può essere “produttiva”, come dimostrano ampiamente i vorticosi deficit di enti lirici e teatri, gli affanni dei musei, la crescente crisi della musica e dell'editoria. Porte aperte alle imprese insomma, alle quali va il sostegno istituzionale, anche mettendo in campo soldi pubblici. Denari che vengono assegnati ad  Associazioni fasulle che sorgono in seno alle imprese stesse per poter ricevere finanziamenti da Regioni e Fondazioni bancarie, che diversamente non potrebbero finanziare in modo diretto attività imprenditoriali, cioè realtà private con fini di lucro. Denari che vengono sottratti anche alle Associazioni più attendibili. In tal modo si condannano a morte le Associazioni vere, quelle che non fanno impresa e non cercano profitto, ma che sono state per decenni la vera spina dorsale del sistema culturale italiano, continuando ad operare anche in quegli ambiti nei quali il sistema imprenditoriale se la sarebbe data a gambe per palese “improduttività”. E, a coronamento di questa riflessione, poniamo anche la qualità dei progetti messi in campo. Se la priorità è rappresentata dal tornaconto, è evidente che sarà sempre prioritario ciò che rende su ciò che fa davvero cultura. Nessuna impresa, che sia davvero tale, è così filantropica tanto da essere disposta a rimetterci (o anche semplicemente a pareggiare i conti) per  sostenere un progetto che non dia garanzie quasi assolute di guadagno. Da qui le fosche prospettive per il futuro. E il quasi incontenibile desiderio di affidarlo ad una piadina sotto all'ombrellone di una spiaggia di Rimini.

by Giorgio Pezzana
Sanremo's<br> Karma<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La vittoria di Francesco Gabbani alla 67a edizione del Festival di Sanremo, è la vittoria che nessuno si aspettava. Il classico outsider ma, a ben guardare, neppure quello, perchè nei pronostici, al di là di una Fiorella Mannoia superfavorita, forse troppo, si erano intrecciati un po' di nomi, da Paola Turci a Ermal Meta, da Fabrizio Moro ad Al Bano, ma mai era affiorato il nome di Gabbani. Eppure, con il senno di poi, gli ingredienti per la vittoria c'erano tutti: la canzone coinvolgente, tanto che piacerà anche ai bambini ed un tema simpaticamente accattivante com'è l'approccio del mondo occidentale alle filosofie orientali; l'interprete assolutamente a suo agio sul palcoscenico con accanto un ballerino-gorilla ad assecondarlo ed anche la grande orchestra del festival complice della sua performance. E poi vi sono altri aspetti positivi. Il fatto che Gabbani non è approdato a Sanremo via “talent” ma vi è giunto quale vincitore dell'edizione dello scorso anno, nella categoria “nuove proposte” ed anche che, comunque, trattasi di artista che ha alle spalle una solida gavetta, sia come interprete sia come autore. E ad attribuire la vittoria a Gabbani, pare sia stata proprio la “gggente”, si insomma, il televoto più che l'espressione delle altre giuria (quella in sala e quella demoscopica). Quella “gggente” che pare aver voglia di divertirsi un po', schiacciata com'è ogni giorno dalle ansie per una crisi della quale non si scorge l'uscita e un teatrino della politica che non è mai stato così desolatamente privo di autentici primi attori. E di “gggente” positiva a questo festival ne abbiamo vista parecchia: da coloro che operano nelle zone terremotate alle novantaduenne ostetrica che ha fatto nascere oltre 7.600 bambini, dalla nonnina di 105 anni in platea che ha cantato divertita “Quel mazzolin di fiori”, ai bambini sudamericani che formano un'intera orchestra costruendo dai rifiuti i loro strumenti, per approdare ai Ladri di Carozzelle, ragazzi portatori di handicap che formano una band piena di vita e di energia. Quella è la “gggente” di tutti giorni, che nel Festival di Sanremo vede una festa alla quale partecipare con gioia. Carlo Conti, direttore artistico per l'ultima volta (per il 2018 si parla di Bonolis) ha avuto almeno due enormi meriti che gli devono essere riconosciuti e che rimarranno nella storia della manifestazione sanremese: ha tenuto la politica fuori dall'uscio (tranne forse quel breve intervento del Ministro della difesa che più che politico in realtà è Istituzionale), sia nella scelta dei brani in gara, sia in quella degli ospiti; ha fatto cantare in apertura di serate i giovani della categoria “nuove proposte” offrendo loro una platea smisurata. Scelte coraggiose, che fanno la differenza. E la “gggente” lo ha premiato con ascolti da record. Nell'ultima serata lo share ha sfondato quota 58% per cento perchè questo vuole il pubblico da un festival come Sanremo: il divertimento, la commozione, la discrezione, la gioia di sentirsi partecipe, il ritrovarsi in situazioni che riflettono la quotidianità. E' stato un buon festival e pazienza se la qualità delle canzoni in gara non è stata entusiasmante. Ci hanno pensato Tiziano Ferro, Giorgia, Zucchero ed una meravigliosa Rita Pavone a risollevare il livello qualitativo dimostrando che i big, quelli veri, non c'è bisogno di andare a cercarli all'estero. Ed anche questo è un merito che va attribuito a Conti.

by Giorgio Pezzana
Canzoni senza<br>recinti<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


Biella Festival: uno dei più prestigiosi appuntamenti con la canzone d'autore italiana. Un appuntamento fisso da oramai 18 anni. Abbiamo voluto chiedere a Giorgio Pezzana, il suo tenace e coraggiosissimo Direttore Artistico, due parole sulla canzone d'autore di ieri e di oggi. E ci ha risposto così.....


Avevano la chitarra a tracolla, l'aria triste e un po' trasandata, spesso fumavano o eccedevano nel bere. Erano i cantautori della mia generazione. Perlopiù sfigati, anche se di tanto in tanto i riflettori si accendevano su uno di loro e per diversi non si sono più spenti. Si chiamavano Vecchioni, De Andrè, Venditti, Cocciante, Guccini, Fossati tanto per ricordarne alcuni. Erano i cantautori perchè si comportavano come cantautori, scrivevano quel che cantavano e narravano storie tristi o inneggiavano alla rivoluzione. Italiani e francesi. In Europa e nel mondo, solo gli italiani ed i francesi hanno saputo esprimere dei cantautori così tanto...cantautori. Ma oggi, a 40 e talvolta anche 50 anni dal loro boom, esistono ancora i cantautori? Ed il fatto che a chiedermelo sia proprio io, che da 18 anni organizzo il Biella Festival Autori e Cantautori, è stimolante, ma forse anche un po' inquietante. Non nascondo che nei momenti più difficili mi affligge l'effetto bollicina, quella della pubblicità che si aggira in uno spazio siderale chiedendo pietosamente “....non c'è nessuno?....”. Si, qualcuno c'è. Solo che lo stile è cambiato ed il recinto si è ampliato. Anzi, il recinto non si vede quasi più. Già, perchè una volta lo spazio dei cantautori era quello di un recinto riservato agli eletti, gente di cultura, gente che se andava al bar somigliava più ai poeti maledetti d'oltralpe, quelli che si facevano ispirare dall'assenzio e che non si attardavano a parlare di calcio o ciclismo. Oggi no.  Oggi quasi tutti coloro che si avventurano nei meandri del mondo della canzone sono in qualche modo anche autori. Autori di ogni età, forse in molti casi un po' meno colti ed un po' più spacconi. Come i rapper, sempre a caccia della rima, anche a costo di cedere a metriche sgangherate. Eppure...se essere cantautore significa cantare quel che si compone, i cantautori sono ancora molti e molto determinati. Spesso cantano ancora cose tristi e c'è anche qualcuno che tenta di lanciare, sia pure con incerta convinzione, segnali rivoluzionari. I cantautori ci sono, eccome. Ma è la gente che non c'è più. Paradossalmente, c'era con convinzione molto maggiore quando la scolarità in questo strano Paese era molto più bassa rispetto ad oggi. Il proliferare delle lauree ha reso tutti più convinti di bastare a noi stessi. Non ci si siede più in cerchio intorno ad un tale con la chitarra o al pianoforte per attingere dalle sue parole sentimenti di rabbia o d'amore. Ecco, una delle ragioni di Biella Festival è anche questa. La segreta speranza di contribuire a far sì che torni quella voglia di ascoltare, che torni il desiderio di rimanere seduti in silenzio, senza farci distrarre dal cellulare o dagli strepiti di chi starnazza nei pub. Forse non tutti i cantautori hanno la capacità di catalizzare così forti attenzioni (non tutti le avevano neppure 40 anni fa). Ma il cercare di capire che cos'ha mai da dire quel tale alla chitarra o al pianoforte, sarebbe in fondo un modo interessante di riaprirci al confronto. E di sentirci meno soli, nel caos di queste moltitudini che hanno perduto il piacere dell'essere insieme. Che è molto diverso dallo stare insieme.

Giorgio Pezzana

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