Richard Thompson: grande musica a Palmanova per Folkest<br><small> by Barbara Bianchi</small>


17 giugno, Palmanova Teatro Gustavo Modena. Ancora non sono iniziate le fitte giornate di spettacolo di Folkest 2016 e questo straordinario appuntamento con le musiche dal mondo ci regala un concerto straordinario.
Parliamo di Richard Thompson, chitarrista e cantautore inglese, grande improvvisatore, che ha fatto la storia della musica sin dai primissimi anni '70.

Vederlo su un palco tutto da solo con la sua chitarra (una splendida sei corde  irlandese Lowden, amplificata con pick-up e microfono a condensatore interno) ammalia e stupisce, induce a riflettere sulla differenza fra i veri campioni campioni della musica e le migliaia di mestieranti che purtroppo calcano i palchi al giorno d’oggi.
E non potrebbe esserci luogo migliore del teatro Gustavo Modena di Palmanova, la fortezza-gioiello meravigliosamente incastonata nella campagna friulana contro le invasioni Turche, costata una cifra e mai usata, visto che nel frattempo gli Ottomani erano stato fermati alle porte di Vienna dagli Asburgo e bastonati e Lepanto dai Veneziani.
Situazione ottimale per Thompson che arriva sul palco con il suo solito basco, la sua consueta presenza fisica possente e quel ghigno britannico beffardamente simpatico che sciorina di fronte a un pubblico adorante, con molti spettatori provenienti anche dall'Austria, dalla Slovenia e dalla Croazia. Quasi due di concerto, tra murder ballads, rock'n'roll e dolci melodie inframezzate da uno strumentale irlandese.
Primo brano dal suo ultimo album Electric (2013), Stony Ground, subito seguito da The Ghost Of You Walks da You? Me? Us?, una perla del '96, seguita dalla danza indiavolata di Valerie, con il consueto fulminanteassolo. Dopo una clasica giga irlandese, giusto per sciogliere un po' le dita, si passa allo sea shantie di Johnny’s Far Away, con tanto di coro del pubblico e divertimento di tutti.
1952 Vincent Black Lightning da Rumor & Sigh del '91 rimane uno dei suoi cavalli di battaglia sia da solo che con la band: è la storia di un triangolo amoroso trad moto, donne, motori e dolori…, Cambiano veloci le accordature sotto le dita sapienti di Richard, si arriva alla spettacolare Dry My Tears And Move On, prima di arrivare a uno dei suoi capolavori, I Want To See The Bright Lights Tonight, del primissimo disco con l’ex moglie Linda e, quindi, inaspettata, Who Knows Where The Time Goes? scritta da Sandy Denny e già nel repertorio dei Fotheringhay e della Fairport, dedicata da Thomson agli ormai troppi ex compagni persi lungo il viaggio: Martin Lamble, Sandy Danny, Trevor Lucas e il recentemente scomparso Dave Swarbrick. Inutile dire che l'interpretazione è da brivido.
Eccoci quindi a Good Things Happen To Bad People, e ancora un pezzo americano come I Feel So Good. Wall Of Death da Shoot Out The Lights, ennesimo capolavoro, a suo tempo ripreso splendidamente dai REM, per passare a Broken Doll da Still, in una versione asciutta-asciutta.
One Door Opens da The Old Kit Bag Walking On A Wire ancora da Shoot Out The Lights chiudono ala grande il so concerto. Richiamato a gran voce sul palco parte subito con una gemma lasciata di proposito da parte, Dimming Of The Day da Pour Down Like Silver del '75, per finire trionfalmente con Shoot Out The Lights, che manda deficnitivamente il pubblico in visibilio. 
Stacca il cavo della chitarra, segnale di fine concerto per il suo fido Simon, road manager, fonico, co-produttore quasi da sempre... Mi passa a fianco, dietro le quinte, strizzando l'occhio, mormorando: Not too bad tonight, wasn't it? Decisamente Inglese!!!

by Margot Frank
Una nobile causa: cinema e gioco d’azzardo?<br> <small>by Barbara Bianchi</small>

 
Due storie che si incrociano, personaggi che si sfiorano senza toccarsi in un intreccio che riserva anche qualche sorpresa. Questa la struttura narrativa di Una nobile causa il film, firmato da Emilio Briguglio, che mette dietro a macchina da presa un cast di tutto rispetto per raccontare il dramma della ludopatia, di quella malsana ossessione per il gioco che travolge le vite di molte famiglie. E lo fa con il piglio della commedia. Giorgio Careccia, Rossella Infanti, Antonio Catania, Roberto Citran, Francesca Reggiani, Guglielmo Pinelli, Giulia Greco, Simona Marchini, Massimo Bonetti, Nadia Rinaldi, Massimo Foschi, Carla Stella, Eleonora Fuser, Vasco Mirandola, Nina Senicar: un cast, insomma, di tutto rispetto ma, soprattutto, convinto e convincente. Perché se questo film non ha certo il tratto dell’innovazione, se pure non traccia una pagina mai scritta della storia del cinema, tuttavia vanta il coraggio di chi ci prova e ci prova con gusto ed intelligenza: scrivendo una storia e scrivendola bene; raccontandola in modo da saper coinvolgere il proprio pubblico che sorride, qualche volte ride, entra comunque in empatia con i personaggi. Nessuno strappo profondo, nessun drammone di quelli che sanno dipingere a tinte forti i melodrammi della vita. Ma una punta di amarezza, quella sì: perché alla fine l’amore, quello che dicono che vince sempre, fa cilecca e l’eroina, quella che sogna come molte di noi di salvare il suo lui, perde disastrosamente. Sono tutte, o quasi, brave persone le protagoniste di questo film: tanto brave quanto imperfette. E in questo il film riesce benissimo: a mostrare l’imperfezione dei suoi protagonisti con il sorriso. E non perché stiamo parlando di una commedia, ma perché proprio quello lì, imperfetto e poco brillante, spesso è l’essere umano.
Insomma, un film da andare a vedere soprattutto per chi cerca nel cinema una buona storia, dei buoni attori e un intrattenimento che non rinunci a far riflettere.
Dalla parte di chi osserva questo lavoro con lo sguardo critico del professionista: va riconosciuto lo sforzo, appassionato e sempre molto professionale, di chi, regista produzione e interpreti, ce l’hanno messa tutta per costruire al meglio questo lavoro. Questo il più grande pregio della migliore tradizione del cinema italiano.

Prodotto da Rebecca e Tarcisio Basso su un soggetto di Riccardo Fabrizi, Francesco Costa ed Emilio Briguglio, Una nobile causa racconta la vicenda parallela di Gloria, una giocatrice incallita reduce da una folgorante vittoria di un milione di euro alle slot machine, e della sua famiglia, terrorizzata che sperperi il bottino miracolosamente vinto; e del Marchesino Alvise Fantin, a sua volta malato di gioco, piccolo truffatore, condannato a risarcire con il proprio lavoro due delle sue vittime, due pescivendoli, padre e figlia. Dopo essersi perdutamente innamorato della giovane Tania, Alvise pare redimersi, ma non tutto è come sembra.
A raccordo di entrambi la saggia figura del Dottor Aloisi, psicologo specializzato nella cura del gioco di azzardo a cui Gloria e la sua famiglia si affidano per un percorso di terapia.
In un escalation di colpi di scena, un fattore mette in comune tutti i protagonisti della vicenda e diventa fondamentale strumento di comicità: l’intelligenza perversa ed acuta, la furbizia di chi, in nome di un’ossessione quale quella del gioco, si condanna alla piccola e alla grande truffa per poter alimentare la propria malattia.

by Barbara Bianchi
Intervista a Daniel Restrepo, voce e mente dei Fats0<br><small> by Francesco Ferri</small>


L'occasione è quella della prima uscita discografica in Europa di un loro album, On Tape. Loro sono i fatsO e il loro leader è Daniel Restrepo che abbiamo incontrato online fra un'email e una chiacchierata via skype.
Quello dei fatsO è un sound totalmente fuori dagli schemi: dal sapore blues con numerose incursioni nel jazz e nell’hard rock. Che nasce a Bogotà, ma non ricorda per nulla i cliché attorno alla Colombia e all'America Latina. Per questo ci è piaciuto e ci è sembrato il modo migliore per assaporare i colori e i profumi della nuova scena musicale colombiana.
L’album del loro esordio europeo si intitola On Tape: nove tracce tutte rigorosamente in inglese, un extra track in spagnolo, per un progetto musicale che mostra chiari i riferimenti a personaggi come come Tom Waits, Joe Cocker o Leonard Cohen, tutti filtrati dal clima artistico di una grande Metropoli quale è Bogotà.
Parlaci del vostro percorso musicale.
Ho vissuto fino ai miei 9 anni negli Stati Uniti. La mia prima lingua è sicuramente l'inglese.
Mio padre mi ha trasmesso la passione per la musica. Sono cresciuto circondato da vinili e cd di rock classico, pop, blues e jazz nordamericano e inglese. Il resto della band invece arriva al jazz passando per la musica latino americana.

Come vi siete avvicinati al blues?
Io sono il compositore della band. Mi sono avvicinato al blues conoscendo i Seis Peatones, una band blues rock di Bogotà, con i quali ho avuto il piacere di suonare in delle jam session. Ho imparato con il tempo a mescolare il blues e il rock classico con la mia passione per i fiati e le percussioni.

Come e dove vi siete conosciuti?
Cesar Morales e io ci siamo conosciuti quando da giovanissimi studiavamo al conservatorio. A quei tempi ci divertivamo a fare jam session a base di jazz. Ci siamo persi e ritrovati dopo circa 8 anni. Con Daniel Linero, il direttore della sezione fiati,  invece ci siamo conosciuti suonando insieme con i Los locos del ritmo. Diventammo molto amici così lo invitai a registrare le prime versioni delle mie canzoni. Quando decisi di partecipare ad un concorso jazz ricontattai Cesar Morale mentre Daniel Linero pensò a reclutare musicisti per la sezione fiati.
Quali sono i messaggi che volete trasmettere con il vostro album On Tape?
Nella nostra musica c'è sicuramente molta critica e stanchezza nei confronti dei potenti che non sembrano avere alcuna intenzione di risolvere il disordine e l'ingiustizia che hanno creato, e contro l'egoismo che impedisce il cambiamento.

Come trasmettete l’influenza delle vostre radici nelle vostre canzoni?
Questa non è mai stata una preoccupazione. Quando scrivo mi preoccupo delle sonorità e dei testi. I generi musicali servono solo per le descrizioni di iTunes. Le nostre influenze e le nostre radici escono fuori naturalmente dalla nostra musica.

Come vi siete inseriti all’interno del contesto culturale bogotano e colombiano?
Qui a Bogotà si ascolta di tutto. Noi facciamo parte del panorama musicale alternativo. L’inglese non è assolutamente un limite: la cultura inglese ha ormai influenzato il paese, dalla tv alla radio, fino alla moda.

Bogotà vi sembra una città aperta nei confronti del vostro genere musicale?
Il blues piace, grazie anche alla Colombian Blue Society che ha raccolto attorno a lei una cerchia di amici e fans che lo apprezzano. La nostra formazione ci rende una band con una sonorità unica e quindi i rappresentanti del blues qui a Bogotà.

Cosa ne pensate di come la Colombia si approcci nei confronti dell’arte e, in particolare, del vostro genere musicale?
La Colombia si è evoluta musicalmente nel giro degli ultimi dieci anni grazie anche al supporto del Comune di Bogotà per lo sviluppo di tutte le arti. Il blues è solo una parte dell’ampio panorama musicale, ma allo stesso tempo è uno dei settori di nicchia che ha maggiore successo.
Ho notato che avete una certa attenzione al look quando vi esibite...
Per noi è importantissima la messa in scena. Un concerto deve coinvolgere tutti i sensi, non solo l’udito. Così abbiamo deciso di vestirci in modo alternativo. Amiamo il look alla Humphrey Bogart e la musica dei quei tempi in cui si indossava la cravatta sul palco.

Quali sono i background musicali e artistici dei musicisti di Fast0?
Siamo tutti nati in Colombia.
Io ho iniziato all’età di 13 anni come cantante di una rock band e ho continuato, imbracciando il basso elettrico, facendo musica con un power trio per parecchi anni.
Daniel Linero viene da una famiglia di musicisti. Suo padre, poeta e musicista, lo ha educato ad ogni genere musicale fin da bambino. Ha iniziato a suonare il clarinetto nelle bande municipali assaporando il repertorio latinoamericano. Con il tempo e iniziando a suonare il sassofono si è avvicinato al jazz.
Julio Panadero è di un piccolo paese vicino Bogotà. Ha iniziato da piccolo suonando nelle bande municipali. Lo studio al conservatorio lo ha fatto diventare uno dei clarinettisti più eruditi del paese.
Daniel Bahamon viene invece dalla piccola Ibaguè dove la musica, dal jazz al rock, senza dimenticare le musiche tradizionali, è diventata la colonna potante della società. Ha iniziato la sua carriera come chitarrista rock per poi trasformarsi sassofonista jazz e di musiche tradizionali delle coste della Colombia.
Pablo Beltran è cresciuto a Bogotà ascoltando i grandi del jazz e studiando il genere e i grandi rappresentanti del sassofono tenore.
Cesar Morales viene da Santander. Ha iniziato a suonare a scuola in un’orchestra con la quale interpretava i grandi successi della musica latinoamericana. Al conservatorio scoprì il jazz.

Sentite l’appoggio del pubblico e delle radio locali?
Le radio locali che si occupano di musica alternativa ci supportano molto. La nostra proposta musicale ha una sonorità unica nel nostro paese e il pubblico ci ha subito accolti con entusiasmo. Qualcuno ha persino creduto non fossimo colombiani.

Siete stati agevolati oppure avete riscontrato problemi nell’uscire allo scoperto?
Non è stato complicato, nonostante la nostra musica sia piuttosto lontana dal mainstream. La gente non ha smesso di ascoltare la musica latina e i suoi derivati, ma alcuni festival, specie quelli jazz, ci hanno accolti a braccia aperte.

by Francesco Ferri
(editing e traduzione Simona Albertini)
QUARANTA VS VENTI: LA PIECE GENERAZIONALE DI PATRIZIO CIGLIANO<br> <small>by Simona Albertini</small>


Andrea ha 40 anni, una moglie, Sara, da 10, un lavoro informatico che comincia a scricchiolare e un temperamento giovanile, che sfiora la sindrome di Peter Pan. Assume Linetta, 22 anni: una ragazza simpatica ma superficiale, ancora priva di un obiettivo di vita, che affida alla casualità tutto il suo essere, senza alcun impegno. Linetta si innamora di Andrea e lo seduce senza difficoltà.
Le attenzioni e le lusinghe della giovani risvegliano in Andrea la voglia di leggerezza, di fuggire da un’età piena di responsabilità e doveri.
Andrea tradisce così Sara con Linetta mettendo in crisi il matrimonio. Per Linetta, Andrea diventa amante, amico, padre, mentore, psicologo, sessuologo e datore di lavoro. Troppo. E 20 anni di distanza spesso fanno la differenza. Andrea si spacca in due, anzi in tre: da una parte lui, fatto di amore e dolore; poi Linetta, la “parte di lui” che non è riuscito a gestire; e infine la “parte di lui” razionale che sapeva già tutto, ma che non ha voluto ascoltare. Sono tutte strane parti di lui.

Quella strana parte di me, il nuovo spettacolo di Patrizio Cigliano sul palco con Barbara Begala, Beatrice Messa e Veronica Milanesi dall’8 al 20 marzo al Teatro dei Conciatori di Roma mette due generazioni a confronto e cerca di spiegare se possa mai esser possibile l’amore tra un quarantenne e una ventenne.
Una storia d’amore dei nostri tempi che, con un taglio e un ritmo dichiaratamente cinematografici, mettendole a confronto, vuole rivelare le differenze di due generazioni, forse a volte nemmeno troppo evidenti.
Andrea fa parte di quella generazione di quarantenni che non sono mai cresciuti, che dicono di impegnarsi, ma alla fine non lo fanno fino in fondo; Linetta invece fa parte di quella generazione che non è ancora cresciuta e che pensa di avere ancora tutto il tempo per farlo.
E quando Andrea, scoperto il tradimento di Linetta, la incolpa di non esser leale, in fin dei conti sembra di sentir parlare un bue che dice cornuto all’asino.
Come tradisce uno, tradisce anche l’altra; come supplica uno, supplica anche l’altra; come lascia uno, lascia anche l’altra.
Le due generazioni quindi non sono nemmeno così tanto diverse e forse proprio per questo impossibilitate a costruire nulla di stabile insieme.

Ottima scrittura, quella di Cigliano, e ottima ogni presenza in scena. Si sorride e con i personaggi spesso ci si ferma a fare brevi sedute di analisi psicologica.
Assolutamente realistica la vicenda: storie d’amore di questo genere capitano ormai all’ordine del giorno; un po’ meno realistici forse i personaggi, specie quello di Linetta: non tutti i ventenni sono tanto superficiali, privi di un obiettivo di vita e affidati totalmente alla casualità.


di Simona Albertini
IHUH Ginger Magazine Award, la nostra scelta<br><small> by Redazione</small>


Questa l'abbiamo scelta noi....
E' l'immagine firmata da Marco Di Battista premiata dalla nostra testata fra le numerosissime pervenute al contest di Impossibile Humans, una delle 4 tappe di The Impossible Happening.
Un'immagine che molto dice delle mille sfaccettature dell'uomo contemporaneo.
Che semplicemente ci è piaciuta: forse anche per quel ciuffo ribelle sopra l'orecchio del suo autore...

La Redazione di Ginger Magazine

La Mobile Art del NEM incontra l’art-jazz dei Pollock Project <br><small>by Ilenia Visalli</small>


Si è svolta ieri 9 Marzo la conferenza stampa  per la presentazione di The Unexpected Happening, un nuovo progetto trasversale e innovativo, nato da un’idea del compositore Marco Testoni e del fotografo Andrea Bigiarini. Un progetto che prevede diverse location e 3 diversi momenti all’insegna della musica e della Mobile Art, una nuova forma d’arte basata sull’istantaneità della fotografia digitale mobile attraverso gli smartphone.
E’ un progetto trasversale perché coinvolge più linguaggi artistici, dalla musica passando per la fotografia fino all’arte digitale, e proprio a questo proposito Marco Testoni ha spiegato “La musica ha il potere di poter cambiare la nostra percezione della realtà. Così come è impossibile immaginare un film senza musica, allo stesso modo è impossibile immaginare una musica senza immagini. Questo progetto rappresenta il filo rosso che collega queste forme d’arte, pensato non per intrattenere ma per stupire.”
E’ un progetto innovativo perché ha come protagonista la mobile art del  New Era Museum, fondato da Andrea Bigiarini e Roger Guetta, la cui missione è quella di sviluppare la conoscenza e l’uso della fotografia mobile digitale con fini artistici  stimolandone la creazione di opere d’arte popolare.

Prima tappa di quest’avventura è il concerto dei Pollock Project presso l’Auditorium della Musica, sabato 12 Marzo alle 21.
Pollock Project, la cui formazione è composta da Marco Testoni (percussioni), Elisabetta Antonini (voce) e Simone Salza (sax, clarinetto), conferma la sua ricerca orientata verso una musica senza confini stilistici dove il live act s’intreccia con l’arte contemporanea del New Era Museum. In questa occasione verrà presentato il loro terzo album AH!, un album dai suoni nuovi e da un linguaggio musicale volutamente contaminato da diversi stili: jazz, elettronica, jingle, mushup e musica per immagini.
Secondo appuntamento è la mostra collettiva Impossible Humans dedicata al movimento iphoneografico in mostra alla Galleria Lancellotti dall’ 11 al 26 marzo. La mostra racconta un universo fatto di singolarità, di volti ed espressioni che raccontano l’uomo di oggi nella sua unicità e nelle sue più belle imperfezioni. Alessandra Serpieri, direttrice della galleria, ha spiegato “Il nostro smartphone, che ci piaccia o no, è diventato un vero e proprio oggetto pop capace di  rappresentare la realtà che ci circonda così come viene percepita, un po’ come accadeva negli anni 60’ con le polaroid.” La mostra prevede due sezioni, la prima raccoglie le opere dei fondatori del NEM e di altri fotografi componenti della giuria del contest a cui è dedicata la seconda sezione della mostra. Il contest della durata di un anno ha visto coinvolti fotografi provenienti da tutto il mondo.
Durante tutti gli eventi verranno creati dei set fotografici estemporanei a cura del NEM, i protagonisti? Chiunque voglia esserlo.

Un appuntamento assolutamente da non perdere per gli appassionati di fotografia e musica jazz. Un progetto, questo, che vuole riproporre in chiave contemporanea l’azione dell’artista Andy Wharol e che rende omaggio al lungo e solido rapporto tra musica e immagini, in una combinazione inattesa e sorprendente. 
Marco Dentici, La Passione e la NCCP<br> <small>by Marco Testoni</small>


E’ di questi giorni la notizia che la Nuova Compagnia di Canto Popolare firmerà la colonna sonora de “La Passione”, il prossimo lavoro teatrale scritto e diretto da Marco Dentici, ispirato ad un opera poetica di Guido Oldani. Conversare con Marco Dentici, regista e scenografo tra i più originali della nostra scena artistica, è soprattutto l’occasione piacevole e preziosa per parlare con un uomo di cultura e di grande sensibilità che va ben oltre il significato di questa intervista. Merce rara di questi tempi.

Come è nata questa collaborazione con la Nuova Compagnia di Canto Popolare?

Ho sempre apprezzato la loro musica. Soprattutto amo la loro capacità  di mescolare sonorità dell’area mediterranea attingendo alla tradizione con una chiave sempre molto originale. Non c’è un precedente fra di noi, solo una felice combinazione che ci ha fatto incontrare come spesso succede nel nostro mondo. Si tratta di empatie che si incontrano. Nello specifico, è stata la comune amicizia con Renato Marengo: quando mi ha parlato di loro, mi sono immediatamente reso conto che potevano essere i musicisti giusti per il mio testo teatrale, non tanto per avere da loro un semplice commento sonoro, bensì un tessuto musicale interpretativo, capace di narrare assieme alla recitazione degli attori.

Nelle note di presentazione del tuo spettacolo parli del principio di dissonanza come elemento che rappresenta il sentimento della passione. Mi spieghi meglio questo concetto?
In estrema sintesi potrei spiegarlo utilizzando il termine “asincronismo”: se, come dicevo, pensiamo alla musica non come semplice tappeto sonoro di commento, capiamo meglio che il suo apporto può assumere un valore distonico, dissonante rispetto al testo stesso. Un approccio in linea con l’idea di base di questo lavoro che racconta la tragedia umana della Passione del Cristo in modo dissonante rispetto alla tradizionale sequenzialità. Un elemento in più per i musicisti per evitare  l’appiattimento su composizioni musicali scontate, legate ai canoni classici.

Quindi, più nel dettaglio, qual è la differenza della tua Passione rispetto alle numerose precedenti?
Sicuramente il fatto che si distacca dalla rappresentazione cristiana nel senso liturgico. È una Passione vista con uno sguardo laico, un drammatico viaggio che si conclude con un atto estremo e in una certa  misura surreale. L’estremo sacrificio che assume valore simbolico e pedagogico anche per i non credenti. A ciò si pone in controcanto il personaggio del Passante che crede di aver trovato il suo baricentro esistenziale attraverso l’auto tutela automatizzata di apparecchiature elettroniche che gli consentono di comunicare, fotografare, riprendere, annotare, divulgare tutto ciò che gli accade davanti senza coglierne il significato. Uno come tanti, insomma, uno che vive nel brodo quotidiano della cosiddetta normalità, contrassegnata da una superficialità sempre più diffusa e che, proprio per questo, gli impedisce di fermarsi per una riflessione necessaria.

In questo spettacolo sei anche regista e scenografo. Quali elementi hai introdotto di novità rispetto al testo originale?
Sul piano scenografico lo spazio è suddiviso su due livelli: uno “reale” e l’atro virtuale. Questa disposizione scenica mi consente di ribaltare l’azione dello spazio live in quello virtuale, scombinando i rapporti figurali e realistici. Il testo originale è mio e la sua prima stesura risale a qualche anno fa. In quest’ultima, che ritengo definitiva, ho ampliato sia il ruolo della Vagabonda e sia quello del Passante. Ho sentito l’esigenza di delineare meglio i caratteri contrapposti di questi due personaggi. Del Passante ho già detto. Alla Vagabonda, nelle precedenti stesure era affidata prevalentemente un’azione  mimica,  gestuale, in contrappunto alla recitazione verbale delle strofe poetiche. In quest’ultima, il suo ruolo ha uno spessore maggiore avendole assegnato una sorta di mandato speciale, metaforico: la rappresentazione dell’Arte, quell’insieme senza volto e senza età, elemento salvifico del mondo. E’ lei la locomotiva del racconto. L’Arte, nelle sue più diverse espressioni è lo strumento che può sconfiggere la bruttezza e l’orrore dei comportamenti compresi quelli estremi e deliranti, per quanto in questi ultimi tempi sia stata abbastanza infiacchita. Insomma, questo è un lavoro che propone, almeno nelle intenzioni, più piani di lettura, ovviamente, l’efficacia del risultato dipenderà dalla nostra abilità e da quella degli interpreti.

Qualche nota in più sugli interpreti e sulla data del debutto?
Gli interpreti ancora non sono stati scelti. Lo spettacolo dovrebbe andare in scena nel 2017 al Teatro Vittorio Emanuele di Messina nel contesto di un Laboratorio produttivo organizzato dal teatro stesso.

Voglio farti un’ultima domanda che, da uomo di spettacolo, amo fare a tutti gli artisti che ho la fortuna di incontrare. Hai una carriera oramai molto lunga e articolata. Non ti sembra che attualmente si faccia molta confusione fra intrattenimento e arte?

Si, è una realtà. Oggi si consuma tutto in fretta. Il fatto è che in larghissima misura tutto ciò che è opera creativa, artistica, viene incanalato nella cosiddetta legge di mercato con forme più o meno esplicite. L’Arte può anche essere intrattenimento, ma l’intrattenimento difficilmente può essere Arte. L’intrattenimento è imparentato con l’effimero, l’Arte non ha scadenza. Agli artisti delle leggi di mercato non dovrebbe interessare nulla: dovrebbero semplicemente apparire come una sorta di idioti che vedono quello che gli altri non riescono a scorgere. Bisogna anche dire che la politica e i governi dovrebbero sostenere di più la cultura, è previsto dalla Costituzione. Invece per anni è stata relegata in fondo alla scala dei bisogni del nostro Paese Gli artisti sono isole, si difendono da soli con attività e iniziative individualistiche, ma questo non costituisce “sistema”. Il sostegno all’arte e alla cultura da parte dello Stato (da non confondere con il protezionismo o assistenzialismo statalista) dovrebbe essere un investimento mirato alla crescita e alla coscienza critica dei cittadini. L’arte e la cultura sono veicoli straordinari di sviluppo con riflessi anche nel settore economico: uno strumento da coadiuvare nella sua continua evoluzione. Se non offri questo t’infili nel tunnel della decadenza e in un breve arco di tempo ti ritrovi un paese massificato e impoverito.


Marco Testoni
Eight on stage: ed è sold out al primo concerto<br><small> by Barbara Bianchi</small>


23 dicembre 2015: otto ragazzi vanno in scena al Teatro San Luca di Roma con uno spettacolo fatto di grandi successi del passato e del presente, di medley garbati e di simpatici sketch. Con qualche incursione nel Natale e nelle sue melodie. Sono gli Eight of Stage, più in particolare, le quattro voci di Daniele Calimera, Federico Donati, Silvia Lo Giudice e Francesca Iannelli; accompagnati dai due tastieristi: Alessio Vallone, Davide Fagiani, dal giovanissimo chitarrista Alessio Luvarà, dal bassista Simone Scali e infine dal batterista Simone Liverani che è poi l’ideatore del progetto. Ed è sold out al primo colpo. Un sold out che è andato a vantaggio di un’Associazione che lotta da anni per combattere contro le leucmie e contro tutte le forme di emopatia con, fra gli altri, l’obiettivo, prezioso, di favorire il miglioramento dei servizi e dell’assistenza socio-sanitaria in favore dei pazienti leucemici ed altri emopatici e delle loro famiglie. Perché ne parliamo? Banalmente perché questi ragazzi sono bravi, molto bravi. Freschi, entusiasti. E molto professionali. Con semplicità e allegria hanno saputo costruire e scrivere uno spettacolo che scorre con velocità dall’inizio alla fine. Merito di Liverani che, racconta di aver scritto questa serata in una notte di insonnia. Beata insonnia, quindi. Beata se sa mettere assieme il talento sul palco e il pubblico sotto al palco. Se sa contagiare una sana voglia di fare musica e spettacolo. Perché è proprio da questi presupposti che sono nate le grandi idee e le più importanti stagioni teatrali.

by Barbara Bianchi

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