Tanto rock, sport e il suo ricordo: è l’undicesima edizione del torneo Amici di Lele<by><small> Francesco Ferri</small>


Ci sono vicende che nascono in piccoli luoghi, ma hanno in sé un portato universale. Diventano Icona e lasciano un segno potente.
Al quartiere Casoretto di Milano, lo stesso che diede i natali a personaggi come Iaio e Fausto, undici anni fa, un ragazzo effervescente decise di compiere un viaggio infinito: lui era Emanuele, detto Lele. Per ricordare questo viaggio e quella bella persona ogni anno i ragazzi si ritrovano per ricordarlo e per pensare a lui, alla sua storia.
Ed è così che il weekend ha riunito adulti, ragazzi e bambini che gli volevano bene.
Sul palco dell’oratorio della chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia si sono esibiti gruppi che gridano a gran voce quasi a volersi far sentire da lassù. E che sono po' l'emblema delle nostre passioni e della nostra memoria.
I primi sono stati gli Amplifire, che si sono lanciati con il loro repertorio, poi il testimone è passato agli Still Around, che ci hanno fatto ballare e saltare con le cover dei pezzi dei Police, ed infine hanno chiuso i Roger Side of the Floyd con delle versioni adattate del gruppo inglese.
La musica ha fatto da cornice ai momenti di svago e di riflessione, dove sono stati presentati anche i progetti culturali e sociali dell’Associazione Giovani nel Mondo, creata assieme ai fantastici ragazzi del Casoretto Football Clan per aiutare i bambini del terzo mondo ad avere accesso all’educazione.
Per la cronaca, il torneo di calcio è stato vinto da noi outsider Clan 05, dati per perdenti ancora prima dell’inizio dei gironi.
Ho voluto ricordare questo momento di musica e di allegria perché è un altro appuntamento dove musica, coesione e progetti sociali hanno vinto, nel ricordo di un giovane sicuramente molto amato. Guardando avanti: ai tanti ragazzi come lui.
Lele forever young

by Francesco Ferri
Concerti, interviste e tanta energia: ed è FIM 2018<br><small> by Francesco Ferri</small>


Sono stati quattro giorni di festa e allegria quelli della Fiera Internazionale della Musica che si è svolta dal 31 maggio al 3 giugno in Piazza Città di Lombardia a Milano. Tra workshop e stand di ogni genere, si sono mescolati spettacoli di artisti veramente multiformi che hanno regalato alla città di Milano, giovani e famiglie, un weekend dai molti colori musicali.

I tre palchi principali della Fiera hanno fatto da cornice all’evento: Casa FIM, con interviste ad artisti ed ospiti, FIM Social, con le esibizioni live ed in streaming ed i seminari a tema, ed il FIM Theater, lo spazio per i concerti più energici. 

Veramente tanti, tanti artisti di varia notorietà, tutti generalmente di grande qualità. Ne abbiamo voluti segnalare alcuni, quelli che ci hanno impressionato di più. Senza nulla togliere a tutti gli altri, ovviamente. Sul FIM Theater la talentuosa solista Virginia Menegazzi ha affascinato il pubblico con il suo piano, prima di dare spazio al rock gotico degli Elysium, a quello deciso e passionale dei Desert Wizard, al progressivo dei Plurima Mundi e agli stravaganti APNB. Sul palco social, si sono avvicendati gli artisti promossi da l’AltopArlAnte: ZuiN, le dolci voci di Giulia Pratelli, Rita Zingariello e Gloria Zaccaria ed infine l’energia della rock band dei The Lizards’ Invasion con il loro sound coinvolgente, divertente e uno stile decisamente trasversale e crossover che supera il concetto di rock puro.

Tra gli special guests presenti abbiamo potuto incrociare Omar Pedrini, Mirkoeilcane, Fabrizio Poggi e Maria Fausta.

E poi, a spasso fra i chioschi, incontri con artigiani della musica, laboratori e scuole, radio e tv locali. Un’occasione, per uno come me che si affaccia professionalmente in questo mondo, per interagire, per scambiare chiacchiere e per farsi un’idea su come promuovere questo tipo di eventi nell’era 3.0. Con il desiderio di regalare nuova visibilità ad un segmento della musica e della cultura che stenta a farsi sentire, ma che ancora ha tanto da regalarci.

Tra un concerto e l’altro sono stati consegnati i premi dei contest indetti dall’organizzazione della Fiera. Il Premio Autori Emergenti è andato al piemontese Massimo Bertinieri, in arte STONA, con il suo brano Troppo Pigro; il VideoClip Italia Contest se l’è aggiudicato Kreuzberg degli Stanley Rubik, mentre si dividono il Rock Contest DIANIME, Opra Mediterranea e Keplero.

Non posso non fare un cenno ad altri artisti che mi hanno colpito: come la Fabi's Blues Band con il loro blues elettrizzante, Mike Messina e la sua voce di influenza battiatana, le corde decide dei Prowlers, le magiche note della Piseri Ensemble ed il sound progressivo e metal degli Hamnesia.

Non ci manca, come redazione ma anche personalmente cone Francesco, di ringraziare il Fim, la loro bella organizzazione. Ci auguriamo di rincontrarci l’anno prossimo e l’anno prossimo ancora. Per incontrare ancora nuovi artisti di talento e sognare un’educazione alla cultura e alla musica calate nella nostra quotidianità.


by Francesco Ferri
La colta<br> spettacolarità di<br> Discover Bulgaria<br><small> by Margot Frank</small>


Spettacolarità uguale ad intrattenimento. Spesso ma non sempre. E’ il caso di Discover Bulgaria, l’evento che ha inondato di ritmi musica e luce niente po’ po’ di meno che il Campidoglio di Roma per festeggiare la Presidenza Bulgara del Consiglio dell’Unione Europea. Un vero e proprio inno al valore della cultura come strumento di dialogo fra i popoli, oltre la politica. Un proclama già ampiamente presente nelle dichiarazioni degli scorsi giorni dell’Ambasciatore Marin Raykov (si veda in merito il bel contributo di Giorgio Pezzana), che gli spettatori hanno potuto toccare con gli occhi, la pelle e le orecchie in occasione della serata del 28 maggio a Roma. Molto raffinato il lavoro coreografico del gruppo folklorico dei Chinary che, fra danza e tamburi, hanno ripercorso la grande storia della tradizione culturale delle origini della Bulgaria. Quella cultura che, partendo dalla storia dei Traci, ha saputo trasmettere alle popolazioni slave orientali, grazie all’invenzione della scrittura cirillica, il cristianesimo. Perché questo popolo, quello bulgaro, che ha mutuato la propria ricca cultura dall’incontro fra la tradizione dei Romani, dei Traci e dei popoli slavi, è la prova vivente di come l’identità sia il magico frutto dell’incontro, della scoperta. Di uno sguardo curioso e disponibile. Sempre suggestivo il suono del Kaval nell’interpretazione di Kostadin Genchev.
Un racconto filtrato anche attraverso le immagini veramente spettacolari a firma del MP Studio di Sofia che ha disegnato sul Palazzo Senatorio del Campidoglio le tracce principali di questa storia. Emozione folgorante di un videomapping veramente accurato e visivamente coraggioso che si è lasciato nutrire delle splendide musiche di Peter Dundakov e del suo nuovo album BooCheMishin cui ha magicamente intrecciato i suggestivi suoni del Mistero delle Voci Bulgare e la voce di Lisa Gerrard che i più conosceranno per l’interpretazione della colonna sonora de Il Gladiatore di Hans Zimmer.
Ci sembra giusto ricordare che l’evento era realizzato dall’Ambasciata di Bulgaria a Roma e dall’Istituto Bulgaro di Cultura con il supporto della Fondazione Plovdiv 2019 (che insieme a Matera sarà nel 2019 Capitale europea della cultura). E grazie anche al prezioso contributo di Unicredit Bulbank.
Accentrare le periferie: cultura e coesione sociale al Tedx del Politecnico<br><small> by Francesco Ferri</small>


Diciamocela tutta: il nuovo cool è la periferia. I nuovi centri di ritrovo, coworking ed artisti emergenti pullulano nei confini urbani. Ed è proprio per questo che mi incuriosivano molto le Conferenze del Tedx del Politecnico e ho deciso di andare ad ascoltarle.

Anche perché il focus della discussione era la ridiscussione delle le priorità dell’amministrazione comunale, in quanto a politiche sociali per la coesione cittadina. E, vivendo a Milano, essendo, magari per poco, ancora un under 30, volevo capirci qualcosa. Tuffarmi nelle domande, cercar di percorrere le risposte. Chissà che questa discussione possa essere un ragionamento utile anche ad altre Città, ad altre Periferie… Sta a voi valutarlo!

Ha senso, per esempio, parlare delle scuole di quartiere come “nuovi hub per le iniziative culturali”, come dice Gabriele Pasqui, delegato alle politiche sociali del Politecnico. Sì, quando si vuole pensare a soluzioni alla portata di mano per poter riconnettere e dare un’identità alle mura cittadine. La partecipazione attiva crea e riqualifica i punti di ritrovo, pensiamo ai vari Mare Culturale Urbano, al Centro Culturale Cascina e le social streets come NoLo o il Quartiere Bovisa. E questo è senza dubbio un interessante punto di partenza.

Fra gli interventi immancabile quello dell’Assessore alle politiche del lavoro del Comune di Milano, Cristina Tajani, che ha centrato la sua riflessione sulla storica identificazione dei quartieri periferici come i rifugi degli operai delle catene di montaggio, cercando però di individuare nella digitalizzazione dell’economia una grandissima opportunità di cambiamento e ristrutturazione. Perché? Beh, le nuove generazioni hanno sgomitato per fare buon uso del digitale: dalla sharing economy, il fablab Polifactory della stessa università, i maker spaces che creano nuovo commercio ed attività sociali. Tutto ciò porta ad una riqualificazione che fa risorgere contesti che si credevano impossibili da cambiare. Molto interessante la chiave proposta: allontanarsi dall’idea che rigenerazione sia uguale alla costruzione dei grandi centri commerciali. E’ stata rimessa a nuovo l’ex Ansaldo ed è stato creato il BASE di via Tortona. Entrambi oggi rappresentano l’incredibile successo di questa formula di recupero per fini culturali. Vengono organizzate mostre, eventi e spazi di creatività. In effetti è un interessante modello, sicuramente di spessore Europeo. Soprattutto, un modello esportabile.
Ora il nuovo modello emergente e vincente, anche in quanto a sostenibilità economica per l’amministrazione locale, è quello dei mercati comunali coperti (i vari Lorenteggio, Wagner, Morsenchio…), dove lo spazio commerciale si affianca a quello dello street food per favorire l’aggregazione e gli eventi culturali.

Un altro intervento di grande spessore è stato quello del grande autore e regista Elio de Capitani, che si è soffermato sul rapporto tra attori e pubblico nel mondo teatrale. “Le storie importanti sono raccontate nelle periferie della città”, ci dice. Shakespeare metteva a in scena opere che rappresentavano il suo stesso pubblico pieno di pregiudizi, razzista e misogino.
Le periferie potrebbero rappresentare l’oggetto di un tipo di opera d’arte come Angels in America, spettacolo che sottolinea la paura del progresso, del mutamento demografico e del mix delle etnie. Secondo il regista, il teatro in Italia può affermarsi come antidoto per resistere a ciò che sta succedendo nel mondo. Cercare di fermare il progresso o il cambiamento è il paradosso dei nostri giorni, fa parte degli slogan dei partiti più votati e tutto ciò dovrebbe spingerci ad una riflessione profonda.


Ci siamo portati a casa molte riflessioni, forse una conclusione: la periferia deve vivere un nuovo inizio, rappresentando non più il lontano, il degrado, l’abbandonato, ma una vera e propria spinta nuova per la rinascita urbana e la partecipazione cittadina.

by Francesco Ferri

* nella foto Cristina Tajani

Nella Cultura<br> il futuro di<br> un'Era Globale<br><small> by Giorgio Pezzana</small>


La Bulgaria ha scelto Roma, quindi l'Italia, per portare in piazza il suo “Discover Bulgaria”. Non ha scelto Parigi o Berlino. Ma Roma. Riconoscendo in tal modo implicitamente il ruolo culturale che l'Italia riveste in Europa e nel mondo. E questo ci deve inorgoglire. E l'ambasciatore bulgaro Marin Raykov ha voluto interpretare la dimensione culturale come l'unico vero patrimonio capace di parlare alla gente, a prescindere da lingue e nazionalità. Probabilmente ha ragione. E mi riporta alla mente la riflessione di un amico musicista al rientro da un suo tour internazionale allorquando mi disse: la musica può dare vita ad un villaggio globale ove con la musica ci si parla e ci si capisce. In quel villaggio, le emozioni vengono dalla musica, la musica può esprimere speranza o frustrazione, amore o rabbia, ma alla fine è bellissimo, quando gli strumenti tacciono e ci si guarda, scoprire di appartenere a mondi diversi, eppure di avere colto tutti insieme le stesse vibrazioni in quello stesso momento. In senso più ampio, quel villaggio globale può essere rappresentato da una comunità più grande che attraverso le più diverse espressioni può confrontarsi e ritrovarsi. Certo, questi sono o dovrebbero essere i principi filosofici della cultura, quelli che non hanno bandiere o colori, appartenenze o convenienze. Poi, tutti quanti sappiamo che non è così. Ogni giorno ci imbattiamo nella cultura fatta per la politica, o per il denaro o per narcisismi personali fini a loro stessi, che anziché accomunare escludono, che anziché condividere dividono. L'arte contemporanea è spesso la casa di chi non sa fare nulla, ma lo sa fare molto bene. E la gente è confusa e tradita. Perchè la cultura è anche bellezza e la bellezza, quando è tale, viene sempre in qualche modo palesata. E' riconoscibile. Ecco perchè è importante quanto dice l'ambasciatore bulgaro laddove afferma che la cultura può essere lo strumento attraverso il quale la gente può percepire una dimensione europea. Perchè la cultura, quella fatta di bellezza, può accrescere l'orgoglio per le nostre origini, senza chiederci di rinunciare ad esse ma, al contrario, affiancandoci a quelle altrui, può darci la consapevolezza di un'identità e l'arricchimento che deriva dalla conoscenza. Andando a formare una comunità globale che attraverso il volteggio di una ballerina o l'accordo di una chitarra può vivere all'unisono una stessa emozione.

by Giorgio Pezzana
I molteplici ritmi <br>delle<br> Mujeres Creando <br><small> by Marco Buttafuoco</small>



Voce, fisarmonica, violino, chitarra e percussioni; è, più o meno, l’organico di un gruppo di balli popolari. Fa pensare a balere, a feste di paese d’antan. Come molti hanno sottolineato, il fattore principe di questo disco è la sua ricchezza ritmica, la continua varietà di pulsazioni, gli scarti, l’imprevedibilità. Piccoli spostamenti ritmici che raccontano, per usare le parole di Gaber, i piccoli spostamenti del cuore di cui sono tessuti i testi. Un esempio? La seconda traccia, Per sempre e ancora, delicata cronaca degli che precedono la nascita d’un amore che non riesce però a nascere, raccontata da un ritmo trascinante, popolaresco, mediterraneo. 
Anche Ex Valzer è giocato su questa strano mix di ritmi (in questo caso balcanici, o Klezmer) e di sentimenti sfumati, di attese e sospensioni.  Un ballo di piazza per raccontare l’incertezza della vita del cuore. Così Tangorà e Rosaspina (arie di Tango, con quel tanto di melodramma che non guasta mai in una storia d’amore).  
Un’altra prova di questo muoversi fra cultura popolare e racconto di nuovi sentimenti, di nuove stori e femminili è la sesta traccia, Je Parl’E Te. Il testo napoletano e l’andamento melodico del testo dicono del legame che le cinque musiciste hanno con la musica della propria città d’origine, dalla canzone classica a Pino Daniele. La storia, sottolineata da armonie aspre e talora dolenti, racconta un amore fra due donne.  
Particolarmente interessante è anche la riproposizione di Remedios, un vecchio brano di Gabriella Ferri, doveroso omaggio a una delle più grandi artiste italiane. La cantante romana, come le artiste di Mujeres Creando, si muoveva sempre ai confini fra dramma e ironia, fra malinconia e melodramma Più “laterale”, rispetto a questa linea di esplorazione fra poesia e musica popolare, è il sospeso Once more, che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera sospesa e inquieta, quasi nebbiosa. Il brano in questione chiude il disco, quasi a indicare una strada diversa per questo ottimo quintetto. 
Davvero un bel disco. 

by Marco Buttafuoco
Cinema 4.0:<br> il profumo del passato in pellicola<br><small> by Margot Frank</small>


In un tempo, il nostro, affogato fra effetti speciali e immagini saturate. In un tempo cioé di emozionalità surfetate e drogate, ogni tanto ci si dimentica del fascino dei colori sbiaditi e della magica bidimensionalità del bianco e nero. Eppure anche questa rete ipercinetica e farraginosa qualche volta ci regala la sosta refrigerante della memoria. E così pullulano i gruppi si Facebook dedicati a raccogliere, da vecchi album di famiglia e scatole polverose, le immagini perdute di città che, nel frattempo, sono mutate e stravolte nei loro lineamenti sostanziali. La realtà è che, consapevoli o meno, tutti noi abbiamo bisogno di radici e di memoria. Ci piace in fondo buttare un occhio al come eravamo, dare un volto e un disegno ai racconti dei padri e dei nonni, cercando di integrare il bianco e nero con il profumo dei cibi e della polvere.
Memorie nostalgiche e preziose che rendono il recupero degli archivi video quanto mai indispensabile. E, mentre molto si è fatto fin’ora per recuperare i grandi capolavori del cinema di ieri e dell’altro ieri, poco si era fatto fin’ora per salvare la memoria a noi più vicina: quella degli archivi di famiglia, ma non solo. Immaginiamo il vasto patrimonio dei primi  documentari scientifici, di quelli che oggi hanno perso luce e colore ma soprattutto attualità. Ma sono testimonianza precisa di un’epoca storica, di ricerche e curiosità che hanno disegnato il tempo attuale. Pensiamo anche a tutti quegli archivi dei servizi televisivi di cronaca di ieri e dell’altro ieri ancora su pellicola. Si tratta della nostra storia. Ebbene questo è il lavoro che un operatore visionario e coraggioso ha deciso di affrontare dall’interno. Si tratta di Tarcisio Basso, patron di Running Tv, che, con il progetto Cinema 4.0, grazie al supporto della Regione Veneto, ha deciso di mettere le mani su tutto un mondo di archivi altrimenti destinati al macero. E così ha costruito in quel del padovano un vero e proprio polo del restauro dell’audiovisivo: chilometri di pellicole da salvare e da restituire ai figli e ai nipoti. E attraverso i quali ricordare e riscoprire un’epoca vicina e pericolosamente lontana.
Diciamo che in un prossimo viaggio ci piacerebbe andare a trovarli e annusare da vicino questi archivi. Con una convinzione: anche il cinema storico ha molto da guadagnare da un recupero così attento della memoria collettiva. Intendo dire che un polo di questo tipo ha la possibilità di compiere un lavoro così curioso e attento del patrimonio culturale e audiovisivo di ieri e dell’altro ieri da poter affrontare con sguardo rinnovato anche la riscoperta di alcune pieghe nascoste del cinema storico.

by Margot Frank

Salvami: biografia di un’anima rock.<br> Persa e ritrovata<br><small> by Alessandro Hellmann</small>


I tipi di Chinaski confermano il loro fiuto per le biografie di musicisti controversi, in bilico tra autodistruzione e salvezza. “Come ho trovato Dio, lasciato i Korn, dato un calcio alle droghe e vissuto per raccontare la mia storia”, recita un esplicito e poco incoraggiante sottotitolo che pare concepito dalla zia di Paolo Brosio, ma, superato questo primo scoglio e i preconcetti del caso, il libro scorre con una certa scioltezza, sul filo di una narrazione di disarmante semplicità, accessibile e a suo modo efficace, che va dritta al sodo senza dilungarsi in languori proustiani (“Io facevo spesso lo stronzo e la trattavo di merda” e “la speranza finì nel cesso” sono giusto un paio di assaggi per indicare la collocazione stilistica): una tipica cittadina di provincia americana, una tipica famiglia americana, una tipica adolescenza americana a base di film horror, videogiochi, bulletti, fast food, stazioni di servizio, taccheggio, acne, alcol, droga, droga a bizzeffe, ancora droga, un quotidiano fatto di piccole vicende poco edificanti (o, per meglio dire, fatto e basta), con più ristagni e cadute che slanci, e infine - grazie al cielo - una chitarra elettrica e, dopo una sfilza di gruppi durati il tempo di un concerto, i Korn. Oltre ad aprire una finestra su un’esistenza dilaniata tra il delirio dei tour e delle dipendenze e un’affettività assai problematica, il libro offre al lettore anche un’opportunità di riflessione su enigmi di carattere etico e socio-antropologico: che vorrà mai dire ad esempio per un americano “spassarsela nello stile europeo”? Oppure, ancora, che cos’è la violenza per qualcuno che, dopo aver picchiato ripetutamente per anni la sua ragazza, percuotendola anche con uno skateboard, afferma candidamente di non essere un violento? Il romanzo di formazione di Welch ha per motore interno la costante ricerca di un antidoto alla noia e al dolore, di una salvezza (anzitutto, appunto, da se stesso, dalle sue debolezze). Ne risulta un ritratto onesto, a tratti perfino toccante per il contrasto tra il bordone di squallore e brutalità e qualche improvviso bagliore di tenerezza. E proprio in questa onestà di fondo, senza filtro, sta la sua forza e la sua capacità di coinvolgere il lettore in una vicenda altrimenti confinata all’interesse più o meno morboso dei fan del gruppo.

Salvami da me stesso, Brian “Head” Welch (Chinaski 2018)

by Alessandro Hellmann

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