Berliner Atem, Il respiro di Berlino<br><small> by Francesco Ferri</small>

C’era una volta, nel bel mezzo del vecchio continente, una città separata da una fortificazione fatta di cemento armato grigio. 

Un’esibizione mondiale di divisione ed odio reciproco.

Berlino è stata dipinta in questo modo fino pochi anni fa. Pochissimi. La profonda cicatrice che ha dato inizio alla rinascita della metropoli è materialmente rappresentata dalla linea di mattoni pavimentati che taglia la città, e che disegna il perimetro della vecchia cinta muraria.
La capitale è stata praticamente rasa al suolo durante la guerra. Ciò spiega la diffusa presenza di cantieri e palazzi in costruzione, volti ad effettuare sia manutenzione su vecchi edifici sia l’innalzamento di nuove opere.
Effettivamente la crescita ed il cambiamento di Berlino, in senso geografico e culturale, sono tangibili.
Musei, concerti e teatri, mischiate alla street art e all’identità underground, sono tutte parole chiave se si parla di una città con un’apertura internazionale completa.

La Germania di certo non è famosa nel mondo per il suo cibo o i suoi monumenti. Nonostante ciò, Berlino si è costruita un’immagine furbamente iconica: tutti i migliori ristoranti in città cucinano piatti di altri paesi (taiwanesi, messicani, italiani, turchi), e le zone turistiche sono basate completamente sulle conseguenze della guerra (il Muro, bunker sotterranei trasformati in musei, chiese bombardate e ristrutturate solo parzialmente).
Questa mentalità ampiamente diffusa ha scacciato le tensioni dell’integrazione. La tolleranza e l’apertura hanno fatto in modo che valori come partecipazione e cura della cosa pubblica fossero largamente condivisi. Con la conseguenza che, in una città che conta tre milioni e mezzo di persone, non ci siano mai né traffico né congestioni. I mezzi pubblici sono usati tanto dagli operai quanto dai manager, e questo raffigura l’assenza, o la presenza minima, di disuguaglianze sociali.

Berlino è diventata in ogni caso una tipica capitale iperconsumista del nord Europa. Mischia pareti dipinte da arcobaleni di colori artificiali con gente accogliente ma che conserva in fondo una malinconia che rispecchia le sue grigie nuvole di agosto ed un passato che ha lasciato una cicatrice lunga e profondissima.

by Francesco Ferri
Il Popolo dei Social, favola odierna <br><small> by Riccardo Castagnari


Avevano scordato cosa fosse un sorriso… e, soprattutto, a chi avessero potuto rivolgerlo, sempre chinati com’erano con il viso rivolto allo schermo del loro smartphone. Che strana città quella che abitavano, che strano mondo. Tutto era finalizzato alla pubblicazione di un post sul loro social network preferito: lo scatto delle vacanze, la foto al piatto di pasta al ristorante, il selfie col cane, col gatto, col criceto o con l’animale più strano che potessero avere a disposizione al momento (a volte anche la zia), il tipo di carta igienica prescelto che finalmente accarezzava soltanto le parti interessate. Un like in più avrebbe cambiato la loro giornata, così come un like in meno avrebbe potuto farla miseramente naufragare. E’ così che quel popolo, soggiogato dal web, non staccava più lo sguardo da quel piccolo schermo che seguiva ognuno di loro ovunque e dappertutto.
In metropolitana i libri erano banditi e se, fino a qualche tempo prima, gli sguardi si sarebbero anche potuti incrociare, ora ognuno rimaneva rigorosamente rinchiuso in un mondo irreale e fittizio da cui veniva completamente assorbito. Tutti col dito a “scrollare” lo schermo: il primo appuntamento la mattina appena svegli, l’ultimo appuntamento la sera prima di addormentarsi… e, in mezzo, quelle otto, dieci, dodici ore comunque assorbite dai social e dal web.
Anche la classe politica di quel paese faceva leggi, emetteva sentenze, scriveva considerazioni, post, tweet on-line. Tutto era racchiuso in una “condivisione” continua e costante. Tutti impararono in poco tempo a “sentenziare”, a “pontificare”, a “vomitare giudizi” su qualsiasi argomento, ma non è che quell’argomento poi li interessasse realmente; tutto era finalizzato all’ esserci, a sentirsi protagonisti apprezzati per aver detto questo o quello a qualsiasi riguardo. E fu così che le cazzate pubblicate ormai non si contavano neanche più. Tutto e il contrario di tutto in breve si sarebbero sovrapposti facendo perdere i confini del vero, del falso o del presunto tale. Le bufale non erano più le femmine dei bufali destinate a produrre con il loro latte le famose mozzarelle, no (!), improvvisamente si erano ritrovate nuove protagoniste del web, anche loro.
L’imperativo categorico era uno e uno soltanto: “condividere” al di là di tutto e di tutti, anche se e quando da condividere non c’era proprio nulla. Nessuno più si guardava negli occhi, nessuno più riusciva a capire se l’altro avesse bisogno realmente di lui o se lui stesso avesse bisogno reale dell’altro. Tutti incentrati su se stessi e sul “che cazzo posso pubblicare oggi per superare il mio standard di like(s)”. Già, perché le giornate di quel popolo erano colorate soltanto dall’essere connessi o meno, senza accorgersi, in fondo, che tutti avevano raggiunto uno stato soltanto: quello di essere “soli-insieme” !
I sentimenti provati ormai erano talmente pochi che si potevano contare sulle dita di una mano: angoscia (da like in decrescita), amarezza (perché un post non aveva avuto l’attenzione che invece meritava), sconforto (nel vedere che non c’erano commenti numericamente sufficienti a gratificare il proprio sforzo), panico assoluto (in mancanza di connessione). Tanto che ormai nessuno era più abituato a fare una passeggiata con un amico, una cena sociale, una festa o un party senza la presenza ingombrante di quella vera e propria appendice robotica che ognuno aveva come parte integrante di sé. E se qualcuno, ad esempio ad una cena (ma anche ad una riunione di lavoro) avesse chiesto “stasera spegniamo tutti il cellulare”, quel qualcuno sarebbe stato considerato pazzo, o per lo meno strano e avrebbe gettato nel panico gli astanti con quella sua insana richiesta, tanto che all’occasione successiva tutti, o quasi, avrebbero declinato l’invito e lui sarebbe stato guardato, da quel momento, con sospetto.
La sensazione di vivere dentro una vetrina! Era quella, proprio quella ad essere appagante per tutti. Apparire sempre al meglio, sempre più fighi, sempre più trend. Senza considerare però che la vetrina di ciascuno era protetta da un vetro, così che ognuno era separato dagli altri da due vetri addirittura, il suo e quello dell’altro, due vetri blindati che difficilmente si sarebbero potuti infrangere o violare.
Come si diceva prima, il segno peculiare di quel popolo era la testa china, tanto che si poteva prevedere facilmente che le generazioni successive sarebbe già nate così, con l’inclinazione del capo in avanti verso il basso, come un inchino ossequioso e dovuto a un sovrano dispotico che non permetteva più a nessuno di alzare gli occhi per guardare il cielo.
La domanda adesso era una e una soltanto: “Dove li avrebbe portati un tipo di società come quella dove il reale era stato completamente soppiantato dal virtuale e dove, per sentirsi vivo e apparentemente felice, ognuno doveva essere simile ad una star hollywoodiana?”
Riconoscere che c’era un problema forse sarebbe già stato un buon inizio che avrebbe anche consentito di dirottare quella nave verso altri lidi, verso porti diversi. Ma l’ebbrezza di avere cinquemila amici, settemila/diecimila followers avrebbe sicuramente continuato ad avere la meglio su tutto… cinquemila, settemila, diecimila, grandi numeri e importanti… quando ormai anche in famiglia, se qualcuno parlava con l’altro non otteneva risposta perché tutti erano completamente assorti in quel mondo con cornice, mentre attorno a loro continuava a muoversi ignorata la vita reale non incorniciata.
Sembrava dunque non esserci più una via di uscita. I social erano riusciti a creare un mondo completamente asociale. Erano i loro avatar (edulcorati nelle foto dei profili) a parlare tra di loro, ma se i veri possessori di quelle immagini si fossero incontrati casualmente per strada neanche si sarebbero salutati, probabilmente anche perché non si sarebbero nemmeno riconosciuti tanto le loro foto erano state modificate col programma di ritocco fotografico più in voga al momento.
Dunque? Eh … dunque! Il finale è consentito per quelle favole che iniziano col “c’era una volta”. In quelle favole c’è la mediazione del tempo ed è quella che probabilmente fa sì che si sappia come vanno a finire.
Per questa storia, al momento, un finale non c’è e se anche ci fosse sarebbe soltanto un finale di fantasia, meglio tralasciarlo allora. Per questa storia bisogna aspettare ancora qualche anno, sicuramente meno di un decennio, per vedere dove e come quel popolo andrà a finire…

… di una cosa comunque dubito fortemente: del classico e vecchio finale “e vissero tutti felici e contenti!”
Assisi Suono Sacro: Italia-USA andata e ritorno<br><small> by Margot Frank</small>

E’ stato intitolato a Misericordia et Pietas il concerto inaugurale della quarta edizione di Assisi Suono Sacro. Una serata totalmente dedicata alla musica contemporanea. E se qualcuno si aspettava un concerto paludato e pedante, una di quelle serate fitte di sbadigli e di sguardi rubati sugli orologi: ebbene, si è sbagliato. Ancora una volta questo Festival, intitolato alla città di San Francesco e alla sacralità di una ricerca musicale profonda e intrisa di spiritualità, ha regalato al suo pubblico emozione. Non di quelle emozioni strappalacrime stile soap opera, naturalmente. Emozione piuttosto come viaggio nel profondo, come percorso capace di avvicinarci a quella dimensione interiore che, il sempre più tradizionale “logorio della vita moderna” ci ruba. Ma che rimane comunque parte inscindibile di noi.
Protagonisti della serata erano, infatti, alcuni degli artisti della Long Island Composers Association di New York, uno dei più antichi collettivi di musicisti contemporanei americani. Ma anche Matelda Viola, nei doppi panni di soprano e autrice. Ad interpretarli l’Ensemble Assisi Suono Sacro, Andrea Ceccomori al flauto.
Struggente e profondo come il sentimento della Pietà a cui è intitolato il brano di Dana Richardson che ha aperto il concerto, in prima esecuzione assoluta. Sempre in prima esecuzione Procession di Cork Maul per flauto arpa e violoncello che, ripercorrendo l’incedere di una processione appunto, ridisegna memorie storiche lontane.
Di grande emozionalità il pezzo di Gach, Canzon de Andes, in cui l’intrecciarsi delle struggenti arcate del violoncello con il suono liquido e cristallino del vibrafono tratteggia, su un tappeto sapientemente disegnato dall’arpa, paesaggi lontani e lontane suggestioni.
Una piacevolissima sorpresa è venuta dalle due pagine di Matelda Viola, unica compositrice donna. Forte la memoria del passato nelle sue note rilette, tuttavia, con una sensibilità tutta odierna di chi, insomma, della musica ha fatto il proprio respiro quotidiano.

Non Omnes e Carmen Amoris sono stati composti, musica e testo, integralmente proprio da Matelda Viola e appartengono al suo progetto dal titolo Motecta temporis nostri che traduce in un linguaggio musicale scarno ed essenziale alcuni intensi momenti della vita dello spirito. La scelta del latino (senza alcuna presunzione letteraria e con  massima aderenza ai testi biblici) risponde all'esigenza di una lingua che, come l'inglese quotidiano nella società globale, vuole in modo universale "parlare di sacro".
Entrambe le composizioni hanno stile asciutto, simbolico, non virtuosistico ma denso ed emotivamente intenso. In un deciso ambito tonale, alla voce e agli strumenti (flauto in Non Omnes, flauto ed arpa per Carmen Amoris), sono richiesti pochi "effetti" veri e propri ma un eclettismo esecutivo che va dal declamato della salmodia alla veemenza espressiva, dai vocalizzi puri a convulsi movimenti ritmici di sapore tutt'altro che arcaico. Un eclettismo che non è indecisione ma scelta di guardare il sacro attraverso l'attualità. E per Matelda Viola, qui anche appassionata interprete con Ceccomori e Fiorucci, l'oggi musicale non ha rigidi confini ma si muove - con interesse competenza ed umiltà - dal passato medioevale al suono delle metropoli.
Nella stessa prospettiva compositiva Flamina e Locus Dei: i testi (sempre latini) di Matelda Viola si articolano sulla musica scritta a quattro mani da Andrea Ceccomori e Lorenzo Belfasto per voce flauto arpa quintetto d'archi: qui il melodiare arioso di Ceccomori si struttura su un impianto solido ma sempre lieve degli archi, alla ricerca dei meandri ove ritrovare quel senso del divino che anima la ricerca più profonda di ciascuno di noi.
In chiusura la Hidden City Orchestra ha proposto alcuni brani del proprio ultimo lavoro discografico.

Margot Frank



Richard Thompson: grande musica a Palmanova per Folkest<br><small> by Barbara Bianchi</small>


17 giugno, Palmanova Teatro Gustavo Modena. Ancora non sono iniziate le fitte giornate di spettacolo di Folkest 2016 e questo straordinario appuntamento con le musiche dal mondo ci regala un concerto straordinario.
Parliamo di Richard Thompson, chitarrista e cantautore inglese, grande improvvisatore, che ha fatto la storia della musica sin dai primissimi anni '70.

Vederlo su un palco tutto da solo con la sua chitarra (una splendida sei corde  irlandese Lowden, amplificata con pick-up e microfono a condensatore interno) ammalia e stupisce, induce a riflettere sulla differenza fra i veri campioni campioni della musica e le migliaia di mestieranti che purtroppo calcano i palchi al giorno d’oggi.
E non potrebbe esserci luogo migliore del teatro Gustavo Modena di Palmanova, la fortezza-gioiello meravigliosamente incastonata nella campagna friulana contro le invasioni Turche, costata una cifra e mai usata, visto che nel frattempo gli Ottomani erano stato fermati alle porte di Vienna dagli Asburgo e bastonati e Lepanto dai Veneziani.
Situazione ottimale per Thompson che arriva sul palco con il suo solito basco, la sua consueta presenza fisica possente e quel ghigno britannico beffardamente simpatico che sciorina di fronte a un pubblico adorante, con molti spettatori provenienti anche dall'Austria, dalla Slovenia e dalla Croazia. Quasi due di concerto, tra murder ballads, rock'n'roll e dolci melodie inframezzate da uno strumentale irlandese.
Primo brano dal suo ultimo album Electric (2013), Stony Ground, subito seguito da The Ghost Of You Walks da You? Me? Us?, una perla del '96, seguita dalla danza indiavolata di Valerie, con il consueto fulminanteassolo. Dopo una clasica giga irlandese, giusto per sciogliere un po' le dita, si passa allo sea shantie di Johnny’s Far Away, con tanto di coro del pubblico e divertimento di tutti.
1952 Vincent Black Lightning da Rumor & Sigh del '91 rimane uno dei suoi cavalli di battaglia sia da solo che con la band: è la storia di un triangolo amoroso trad moto, donne, motori e dolori…, Cambiano veloci le accordature sotto le dita sapienti di Richard, si arriva alla spettacolare Dry My Tears And Move On, prima di arrivare a uno dei suoi capolavori, I Want To See The Bright Lights Tonight, del primissimo disco con l’ex moglie Linda e, quindi, inaspettata, Who Knows Where The Time Goes? scritta da Sandy Denny e già nel repertorio dei Fotheringhay e della Fairport, dedicata da Thomson agli ormai troppi ex compagni persi lungo il viaggio: Martin Lamble, Sandy Danny, Trevor Lucas e il recentemente scomparso Dave Swarbrick. Inutile dire che l'interpretazione è da brivido.
Eccoci quindi a Good Things Happen To Bad People, e ancora un pezzo americano come I Feel So Good. Wall Of Death da Shoot Out The Lights, ennesimo capolavoro, a suo tempo ripreso splendidamente dai REM, per passare a Broken Doll da Still, in una versione asciutta-asciutta.
One Door Opens da The Old Kit Bag Walking On A Wire ancora da Shoot Out The Lights chiudono ala grande il so concerto. Richiamato a gran voce sul palco parte subito con una gemma lasciata di proposito da parte, Dimming Of The Day da Pour Down Like Silver del '75, per finire trionfalmente con Shoot Out The Lights, che manda deficnitivamente il pubblico in visibilio. 
Stacca il cavo della chitarra, segnale di fine concerto per il suo fido Simon, road manager, fonico, co-produttore quasi da sempre... Mi passa a fianco, dietro le quinte, strizzando l'occhio, mormorando: Not too bad tonight, wasn't it? Decisamente Inglese!!!

by Margot Frank
Una nobile causa: cinema e gioco d’azzardo?<br> <small>by Barbara Bianchi</small>

 
Due storie che si incrociano, personaggi che si sfiorano senza toccarsi in un intreccio che riserva anche qualche sorpresa. Questa la struttura narrativa di Una nobile causa il film, firmato da Emilio Briguglio, che mette dietro a macchina da presa un cast di tutto rispetto per raccontare il dramma della ludopatia, di quella malsana ossessione per il gioco che travolge le vite di molte famiglie. E lo fa con il piglio della commedia. Giorgio Careccia, Rossella Infanti, Antonio Catania, Roberto Citran, Francesca Reggiani, Guglielmo Pinelli, Giulia Greco, Simona Marchini, Massimo Bonetti, Nadia Rinaldi, Massimo Foschi, Carla Stella, Eleonora Fuser, Vasco Mirandola, Nina Senicar: un cast, insomma, di tutto rispetto ma, soprattutto, convinto e convincente. Perché se questo film non ha certo il tratto dell’innovazione, se pure non traccia una pagina mai scritta della storia del cinema, tuttavia vanta il coraggio di chi ci prova e ci prova con gusto ed intelligenza: scrivendo una storia e scrivendola bene; raccontandola in modo da saper coinvolgere il proprio pubblico che sorride, qualche volte ride, entra comunque in empatia con i personaggi. Nessuno strappo profondo, nessun drammone di quelli che sanno dipingere a tinte forti i melodrammi della vita. Ma una punta di amarezza, quella sì: perché alla fine l’amore, quello che dicono che vince sempre, fa cilecca e l’eroina, quella che sogna come molte di noi di salvare il suo lui, perde disastrosamente. Sono tutte, o quasi, brave persone le protagoniste di questo film: tanto brave quanto imperfette. E in questo il film riesce benissimo: a mostrare l’imperfezione dei suoi protagonisti con il sorriso. E non perché stiamo parlando di una commedia, ma perché proprio quello lì, imperfetto e poco brillante, spesso è l’essere umano.
Insomma, un film da andare a vedere soprattutto per chi cerca nel cinema una buona storia, dei buoni attori e un intrattenimento che non rinunci a far riflettere.
Dalla parte di chi osserva questo lavoro con lo sguardo critico del professionista: va riconosciuto lo sforzo, appassionato e sempre molto professionale, di chi, regista produzione e interpreti, ce l’hanno messa tutta per costruire al meglio questo lavoro. Questo il più grande pregio della migliore tradizione del cinema italiano.

Prodotto da Rebecca e Tarcisio Basso su un soggetto di Riccardo Fabrizi, Francesco Costa ed Emilio Briguglio, Una nobile causa racconta la vicenda parallela di Gloria, una giocatrice incallita reduce da una folgorante vittoria di un milione di euro alle slot machine, e della sua famiglia, terrorizzata che sperperi il bottino miracolosamente vinto; e del Marchesino Alvise Fantin, a sua volta malato di gioco, piccolo truffatore, condannato a risarcire con il proprio lavoro due delle sue vittime, due pescivendoli, padre e figlia. Dopo essersi perdutamente innamorato della giovane Tania, Alvise pare redimersi, ma non tutto è come sembra.
A raccordo di entrambi la saggia figura del Dottor Aloisi, psicologo specializzato nella cura del gioco di azzardo a cui Gloria e la sua famiglia si affidano per un percorso di terapia.
In un escalation di colpi di scena, un fattore mette in comune tutti i protagonisti della vicenda e diventa fondamentale strumento di comicità: l’intelligenza perversa ed acuta, la furbizia di chi, in nome di un’ossessione quale quella del gioco, si condanna alla piccola e alla grande truffa per poter alimentare la propria malattia.

by Barbara Bianchi
Intervista a Daniel Restrepo, voce e mente dei Fats0<br><small> by Francesco Ferri</small>


L'occasione è quella della prima uscita discografica in Europa di un loro album, On Tape. Loro sono i fatsO e il loro leader è Daniel Restrepo che abbiamo incontrato online fra un'email e una chiacchierata via skype.
Quello dei fatsO è un sound totalmente fuori dagli schemi: dal sapore blues con numerose incursioni nel jazz e nell’hard rock. Che nasce a Bogotà, ma non ricorda per nulla i cliché attorno alla Colombia e all'America Latina. Per questo ci è piaciuto e ci è sembrato il modo migliore per assaporare i colori e i profumi della nuova scena musicale colombiana.
L’album del loro esordio europeo si intitola On Tape: nove tracce tutte rigorosamente in inglese, un extra track in spagnolo, per un progetto musicale che mostra chiari i riferimenti a personaggi come come Tom Waits, Joe Cocker o Leonard Cohen, tutti filtrati dal clima artistico di una grande Metropoli quale è Bogotà.
Parlaci del vostro percorso musicale.
Ho vissuto fino ai miei 9 anni negli Stati Uniti. La mia prima lingua è sicuramente l'inglese.
Mio padre mi ha trasmesso la passione per la musica. Sono cresciuto circondato da vinili e cd di rock classico, pop, blues e jazz nordamericano e inglese. Il resto della band invece arriva al jazz passando per la musica latino americana.

Come vi siete avvicinati al blues?
Io sono il compositore della band. Mi sono avvicinato al blues conoscendo i Seis Peatones, una band blues rock di Bogotà, con i quali ho avuto il piacere di suonare in delle jam session. Ho imparato con il tempo a mescolare il blues e il rock classico con la mia passione per i fiati e le percussioni.

Come e dove vi siete conosciuti?
Cesar Morales e io ci siamo conosciuti quando da giovanissimi studiavamo al conservatorio. A quei tempi ci divertivamo a fare jam session a base di jazz. Ci siamo persi e ritrovati dopo circa 8 anni. Con Daniel Linero, il direttore della sezione fiati,  invece ci siamo conosciuti suonando insieme con i Los locos del ritmo. Diventammo molto amici così lo invitai a registrare le prime versioni delle mie canzoni. Quando decisi di partecipare ad un concorso jazz ricontattai Cesar Morale mentre Daniel Linero pensò a reclutare musicisti per la sezione fiati.
Quali sono i messaggi che volete trasmettere con il vostro album On Tape?
Nella nostra musica c'è sicuramente molta critica e stanchezza nei confronti dei potenti che non sembrano avere alcuna intenzione di risolvere il disordine e l'ingiustizia che hanno creato, e contro l'egoismo che impedisce il cambiamento.

Come trasmettete l’influenza delle vostre radici nelle vostre canzoni?
Questa non è mai stata una preoccupazione. Quando scrivo mi preoccupo delle sonorità e dei testi. I generi musicali servono solo per le descrizioni di iTunes. Le nostre influenze e le nostre radici escono fuori naturalmente dalla nostra musica.

Come vi siete inseriti all’interno del contesto culturale bogotano e colombiano?
Qui a Bogotà si ascolta di tutto. Noi facciamo parte del panorama musicale alternativo. L’inglese non è assolutamente un limite: la cultura inglese ha ormai influenzato il paese, dalla tv alla radio, fino alla moda.

Bogotà vi sembra una città aperta nei confronti del vostro genere musicale?
Il blues piace, grazie anche alla Colombian Blue Society che ha raccolto attorno a lei una cerchia di amici e fans che lo apprezzano. La nostra formazione ci rende una band con una sonorità unica e quindi i rappresentanti del blues qui a Bogotà.

Cosa ne pensate di come la Colombia si approcci nei confronti dell’arte e, in particolare, del vostro genere musicale?
La Colombia si è evoluta musicalmente nel giro degli ultimi dieci anni grazie anche al supporto del Comune di Bogotà per lo sviluppo di tutte le arti. Il blues è solo una parte dell’ampio panorama musicale, ma allo stesso tempo è uno dei settori di nicchia che ha maggiore successo.
Ho notato che avete una certa attenzione al look quando vi esibite...
Per noi è importantissima la messa in scena. Un concerto deve coinvolgere tutti i sensi, non solo l’udito. Così abbiamo deciso di vestirci in modo alternativo. Amiamo il look alla Humphrey Bogart e la musica dei quei tempi in cui si indossava la cravatta sul palco.

Quali sono i background musicali e artistici dei musicisti di Fast0?
Siamo tutti nati in Colombia.
Io ho iniziato all’età di 13 anni come cantante di una rock band e ho continuato, imbracciando il basso elettrico, facendo musica con un power trio per parecchi anni.
Daniel Linero viene da una famiglia di musicisti. Suo padre, poeta e musicista, lo ha educato ad ogni genere musicale fin da bambino. Ha iniziato a suonare il clarinetto nelle bande municipali assaporando il repertorio latinoamericano. Con il tempo e iniziando a suonare il sassofono si è avvicinato al jazz.
Julio Panadero è di un piccolo paese vicino Bogotà. Ha iniziato da piccolo suonando nelle bande municipali. Lo studio al conservatorio lo ha fatto diventare uno dei clarinettisti più eruditi del paese.
Daniel Bahamon viene invece dalla piccola Ibaguè dove la musica, dal jazz al rock, senza dimenticare le musiche tradizionali, è diventata la colonna potante della società. Ha iniziato la sua carriera come chitarrista rock per poi trasformarsi sassofonista jazz e di musiche tradizionali delle coste della Colombia.
Pablo Beltran è cresciuto a Bogotà ascoltando i grandi del jazz e studiando il genere e i grandi rappresentanti del sassofono tenore.
Cesar Morales viene da Santander. Ha iniziato a suonare a scuola in un’orchestra con la quale interpretava i grandi successi della musica latinoamericana. Al conservatorio scoprì il jazz.

Sentite l’appoggio del pubblico e delle radio locali?
Le radio locali che si occupano di musica alternativa ci supportano molto. La nostra proposta musicale ha una sonorità unica nel nostro paese e il pubblico ci ha subito accolti con entusiasmo. Qualcuno ha persino creduto non fossimo colombiani.

Siete stati agevolati oppure avete riscontrato problemi nell’uscire allo scoperto?
Non è stato complicato, nonostante la nostra musica sia piuttosto lontana dal mainstream. La gente non ha smesso di ascoltare la musica latina e i suoi derivati, ma alcuni festival, specie quelli jazz, ci hanno accolti a braccia aperte.

by Francesco Ferri
(editing e traduzione Simona Albertini)

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